Una questione di principio

Quanto segue è un racconto vecchio, lungo e brutto, nella sua forma originale. Fu pubblicato su MCMicrocomputer nel 1995 come vincitore del Galaxian Prix. Venne inviato quasi per scherzo. A tutt’oggi è l’unico caso in tutta la mia vita in cui ho deciso di sottoporre un mio scritto ad un giudizio popolare in un concorso (o gara amichevole, come veniva chiamata). Per una serie di motivi non scrissi più racconti, dopo questo.

(P.S. Ho corretto una piccola svista aritmetica, lasciando intatte tutte le altre imprecisioni lessicali, gli errori formali e le cadute di stile.)

Una questione di principio

“Onorevoli colleghi, la situazione è incresciosa.”
La sua voce potente, il suo carisma.
“Casi simili si sono ripetuti poche volte nella storia di questo parlamento, e fortunatamente si sono risolti prima che potessero avere conseguenze insanabili.”
Un vero peccato che il Presidente sia dell’Unione Popolare, un peccato.
“Non è necessario che vi ricordi le conseguenze di questo risultato…”
Perchè le conosciamo tutti. Ci vuoi solo impressionare, vecchio marpione. Ormai conosciamo i tuoi trucchetti, fanno parte della tua grandezza. Ma oggi il gioco è più grande di te.
“Fin dai tempi della grande revisione della legge elettorale…”
Oh no, non di nuovo.
“dell’età della Purificazione, in cui ci proponevamo…”
Eccolo, riparte. Ogni grande uomo ha i suoi difetti. La storia ormai la conosciamo, non cambia mai una parola.
“di snellire le procedure per l’approvazione delle leggi, istituendo il Parlamento unicamerale…”
…e riducendo il numero dei seggi a soli quattrocento…
“…e riducendo il numero dei seggi a soli quattrocento, questo specifico caso si è presentato solo cinque volte. Non è necessario che ricordi ai riformisti e ai popolari il significato di una situazione del genere. Che la seduta proceda a porte chiuse, e che vengano spente le telecamere e i dispositivi di controllo elettronico.”
La faccenda è veramente grave, ma ci sono già passato. Ci sono abituato. Dieci anni, ormai. Guarda come suda il presidente! Furbo, però . E’ un uomo che suda solo a telecamere spente. Com’è tirato, poi.
“Ma vi rendete conto di quello che state facendo, pazzi sciagurati? Vi rendete conto? Duecento a duecento!”
E visto che i popolari hanno solo due seggi più di noi, vuol dire che hanno un franco tiratore, oppure, peggio ancora, la situazione è più complessa. Maledetto il voto segreto. Grave, molto grave. E poi, da quando è proibito assentarsi per qualsiasi motivo è ancora peggio. Ammalarsi è l’unica cosa possibile per giustificare un’assenza, e se il medico parlamentare scopre che sei sano c’è la galera. E ricordo i vecchi tempi, in cui ognuno faceva quello che voleva senza che nessuno potesse dire niente.
Il Presidente si passa un fazzoletto sulla fronte, emette un sospiro. S’è calmato. Nessuno ha gradito la sua sfuriata, nemmeno io. Anche lui ha votato assieme a noi. Anche lui è un pazzo sciagurato.
“Ormai mi sembra chiaro, l’accorpamento dei vari gruppi di pensiero all’interno di una coalizione partitica non dà i risultati certi che si speravano in passato. Ma l’attuale sistema, pure avendo aspirato alla certezza del risultato e avendo in questo fallito, di questo siamo certi, Onorevoli colleghi, l’attuale sistema funziona meglio del frazionamento di rappresentanze che si aveva precedentemente. Il bipartitismo è il presente, e deve necessariamente essere il futuro. Cari onorevoli colleghi, io con questo non intendo assolutamente dubitare della vostra onestà personale. Ma chi avesse tradito, mi correggo, travisato la volontà del popolo da noi rappresentato, ora è pregato di ripensarci. La situazione è tragica: questione di principio o no, entro la terza votazione questo pasticcio deve essere risolto. Detto questo, consiglierei i due capigruppo di approfittare per fare una pausa di riflessione. La gravità del momento lo consiglia. Va bene, Onorevoli colleghi?”
Righi annuisce. Belli annuisce.
“Onorevoli colleghi, è deciso. Venti minuti di sospensione. Sappiate sfruttare adeguatamente questo tempo a vostra disposizione.”
Sospensione dei lavori, riunioni separate dei due partiti.
Immagino già cosa dirà Righi ai suoi, dirà che fra loro c’è almeno un traditore, qualcuno che non rispetta le regole del gioco. Che è assolutamente convinto del fatto che la sua sia una nobilissima causa, ma che la rappresentatività insita nel suo ruolo dovrebbe consigliargli di attenersi alle direttive: non si può, non si deve tradire il popolo. E tutto questo usando troppe parole, ne sono sicuro. Riempirà i suoi venti minuti, con quelle parole.
Belli lo sento adesso: è tirato, e sembra non aver tanta voglia di parlare. Meglio così.
“Compagni, lo sapete quello che voglio da voi. Tirate diritto per la vostra strada, tenete duro. Non lasciatevi spaventare dalle conseguenze: il vostro scopo è rappresentare il vostro elettorato, a qualunque costo. Se c’è un cedimento, lasciate che sia fra i popolari. Compagni, è tutto. Il tempo restante è per le consultazioni private. Fate in modo che queste rafforzino la vostra volontà, o che non la indeboliscano. Dio, per chi ci crede, è con noi. Ma soprattutto il popolo, il popolo è con noi.”
Bugiardo. Ma qualcosa doveva pur dire.
E Mannini mi si avvicina. Caracolla, sembra avere il peso di venti legislature alle spalle. E’ solo il peso dei suoi troppi anni, della sua pinguedine. Mi fa pena, e mi allontano.
“Rossi, Rossi, fermati per cortesia!”
Desisto e mi fermo. Adesso mi toccherà ascoltarlo, pure.
“Rossi, io ho moglie e figli.”
“E allora?”
“Voterò a favore.”
“Cosa?”
“Hai capito.”
“Tu sei pazzo. Perché me lo vieni a dire?”
“Non lo so. Sto cercando di convincere qualcun altro.”
“Il voto è segreto, anche tra di noi. Farò finta di non aver sentito. Ripensaci.”
“Fa come ti pare. Ma io voterò a favore. Il rischio è troppo alto.”
“E io voterò contro. E’ una questione di princìpi morali.”
“Dirò che mi sento male, non parteciperò alla votazione, farò qualcosa…”
“Potresti farti rappresentare dal tuo delegato.”
“Figurati. Starà fuori, finchè può. Se la sta facendo addosso. Sta peggio di me.”
“Ha due mogli?”
“Non scherzare. E’ una cosa seria.”
“Senti Mannini, siamo alla seconda votazione. E’ probabile che questa si ripeta esattamente come la prima, ma è molto più probabile che cambi a nostro favore, o a loro favore, chi lo sa. Ho l’impressione che ci sia più di un franco tiratore, magari loro ne hanno due o tre e noi uno o due, è tutto possibile. Tu fai quello che ti senti di fare, allora, ma non venirmi a dire quello che hai fatto, dopo. Non mi interessa. E soprattutto non cercare di convincermi.”
“Ho sbagliato a parlarti. Credevo che un giovane sarebbe stato più comprensivo.”
“Perché? Solo perché sono giovane?”
“Forse. Perchè potresti vivere meno a lungo di me. Io, tutto sommato, la mia vita l’ho avuta. Ma voglio esser sicuro di rivedere la mia famiglia. Non è un parlamento questo, è un lager.”
“Sono d’accordo. Ma ho anche accettato le regole di questo lager. Forse questo sistema non mi sta bene, ma una cosa è certa: questo governo è migliore per il Paese di quello che abbiamo lasciato alle spalle.”
“Ma la nostra vita…”
“La nostra missione, vorrai dire. Pensa bene al tuo voto.”
Ho l’impressione che Mannini non risponda più alle regole del buon deputato. E’ vecchio, ha paura. Immorale. Non ha capito il gioco, non ha capito che noi non siamo uomini di potere, ma uomini del potere del popolo: soldati, missionari, non papi o generali. Forse il suo stipendio non basta più. D’altronde anch’io faccio fatica con il mio, ma non è tempo di rimpiangere il passato regime: si torna a votare.
E il pannello riporta il medesimo risultato. La tensione sale, duecento a duecento in seconda votazione. Il presidente ordina di nuovo che siano spente le telecamere e sgomberata l’aula dagli spettatori. Chiede di nuovo le porte chiuse, e ripete il discorso di prima, sudandolo ancora di più. Mi volto verso Mannini, gli sorrido e mi congratulo con lui per la scelta. Mi guarda a bocca aperta, sbalordito. Smetto di sorridere di colpo.
Ha votato a favore, quel bastardo, e qualcun altro ha votato contro. Il gioco è veramente complesso, è la paura che spinge a votare, non la moralità.
Mannini mi si avvicina di nuovo.
“Dovevo votare contro. Sarebbe stato tutto risolto, adesso.”
“Spero che tu ci abbia ripensato, adesso.”
“Ho paura.”
“Lo so. Tutti noi ne abbiamo. Devi ricordarti di chi sei, di ciò che rappresenti. E dopo potrai ritirarti a vita privata, se vuoi. Ma puoi farlo solo alla fine di questa sessione di voto.”
“Voterò contro.”
“E’ la decisione più giusta.”
“Prego Dio che sia veramente così.”
E se ne va a testa china.
Alla terza votazione la paura è quasi tangibile.
Guardo Mannini, fa un cenno della testa per rassicurarmi. Lo vedo mentre estrae la sua scheda, mentre entra nel seggio elettronico. Quando esce mi guarda, annuisce. E’ pallido e teso, ma ha votato contro. Bravo vecchio. Bravo e buono. Poi entro io.
Inserisco la scheda. A favore oppure contro?
Contro, certo. La mia moralità non è in discussione. Non lo è mai stata. Io sono contro. Nessuna paura. Io sono forte. Giovane. In gamba. Il primo classificato alla terza edizione del concorso televisivo “Volti nuovi per la politica”.
E poi tutta la processione, avanti sino all’ultimo di noi. Infine, il pannello rivela.
Duecento a duecento. Panico.
E il solito mormorio indistinto, brusii, qualche piagnucolamento. Le donne non ci stanno bene in questo posto, l’ho sempre detto.
E adesso cosa succede? Cinque malori in sala. Chiamate un medico, no due, tre, quattro, cinque medici! Chiamate un ospedale.
La cosa è seria. Lo è sempre stata.
“Onorevoli colleghi, la frittata è fatta. Pure aborrendo certi sistemi comprenderete sicuramente le necessità che ci hanno spinto verso la loro adozione. L’ultima spiaggia. Si proceda agli accertamenti di rito, e ove previsto dalla legge si proceda alla sostituzione degli Onorevoli colleghi aventi diritto con i loro delegati alla votazione.”
La prima volta della Ridefinizione della Maggioranza. Sappiamo tutti benissimo cosa significa. In questi casi bisognerebbe prenderla con filosofia, mi hanno detto. Rischi del mestiere.
I medici hanno già controllato i cinque deputati colti da malore. Tre di loro saranno sostituiti con i loro delegati. I primi non eletti, sempre a disposizione. Vermi della politica con uno stipendio da fame, che aspettano solo un colpo apoplettico per assurgere ad un nuovo ruolo, stavolta da protagonisti. Quel che è peggio, hanno l’obbligo di presenza in caso di assenza del loro deputato di riferimento. Oggi rimpiangono la loro dedizione. Gli altri due hanno finto un attacco cardiaco. Saranno ammoniti ed entreranno obbligatoriamente nel contingente RdM. Poco male, sono vecchi e saranno solo un piccolo fastidio, per di più sono dei popolari. Due voti guadagnati.
“Si proceda al sorteggio dei partecipanti alla RdM.”
La solite urne coi bigliettini, legno pregiato e velluto rosso. I nomi stampati su un cartoncino sublime, giallognolo, con delle venature che lo fanno sembrare antico. Costerà un occhio della testa. Fra quei quattrocento ci sono anche io.
La mano del presidente trema mentre scivola nell’urna. Fra quei nomi c’è anche lui.
Ancora otto, oltre ai due di prima.
“Numero tre: Fonti Luigi!”
I sospiri di sollievo di trecentonovantasette persone coprono il silenzio agonizzante di Fonti.
“Numero quattro: Mancusi Alessandro!”
Trecentonovantasei sospiri, compreso il mio. E la stessa scena per altre cinque volte. Un solo condannato ancora.
“Numero dieci: Mannini Carmine!”
Mannini scoppia in lacrime. Povero, povero vecchio.
Le regole sono poche e semplici. Un coltello, uguale per tutti. Il ring è di quattro metri per quattro e il round unico, di tre minuti. Se nessuno colpisce, allora il ring si stringe fino ad ottenere un contatto ravvicinatissimo, poi la dedizione al dovere fa il resto, assieme al panico. Tra quei dieci riconosco almeno quattro kamikaze decisi a tutto. I più giovani, i migliori combattenti: si riconoscono dallo sguardo trucido e da quella determinazione ferrea che gli fa accettare anche la morte come parte del gioco. Mi ricordo le discussioni che stavano alla base dell’approvazione della procedura RdM. “Se seguiamo questo metodo non si avranno mai più indecisioni e pause nella legiferazione”. E tutti i komeinisti a dire di sì, io compreso, e la netta opposizione dei veterani del Parlamento. “E poi sarebbe un ottimo metodo per lo svecchiamento del Parlamento”. Manifestazioni di massa a favore della legge, e susseguente approvazione per indiscutibile volontà popolare. Erano le conseguenze dell’età della Purificazione. Non sono poi così convinto, adesso. A quel tempo ero solo convinto che non ci sarebbe mai capitato. Mannini si sbagliava: i giovani sono i meno comprensivi.
Guardo ancora Mannini, ha la faccia di un bue al macello. Ma lo conosceva il rischio, come tutti noi. L’avevamo accettato: per questo nessuno protesta, nemmeno lui. Mi guarda implorante. Lo sa che non posso fare niente, posso solo pregare per lui. Il sorteggio ha favorito i popolari sei a quattro, e con un parlamento diviso quasi a metà questo è contemporaneamente tragico e ridicolo.
Eccolo il ring, quattro pali verticali con un sistema di sbarre orizzontali estensibili.
Dieci persone in sedici metri quadrati che aspettano il fischio di una sirena. Dieci persone con in mano la propria vita e la morte altrui. Venticinque centimetri di lama perfetta con manico d’osso intagliato, delle opere d’arte. Coltelli rituali.
E il rito ha inizio con un fischio. Sei persone si guardano da una parte, altre quattro si guardano dall’altra. Immobili mentre il ring inizia a stringersi. Ora sono quasi a contatto, sei da una parte quattro dall’altra, sei da una parte quattro dall’altra, e poi tutti stretti, senza più nessuna parte. Una riformista si volta verso di noi, urla “Io protesto! Tutto questo è disumano!”. Lo schizzo rosso della sua giugulare la zittisce. Cretina. Non aveva fatto i conti con la moralità e la dedizione altrui. Sei a tre. Il ring si ferma, due per due, sei a tre, due minuti ancora. Fendenti a vuoto, fendenti a bersaglio. Mannini si batte come un leone, il suo braccio grasso vola nell’aria, micidiale una volta, micidiale due volte. Si vede, sta pensando alla sua famiglia. Quattro a tre. Cadaveri calpestati, i due vecchi popolari al terreno, la cara compagna riformista. Codarda. Stupida. Non l’avevo mai sopportata, adesso non la dovrò più sopportare. Guardo Mannini e gli altri che si tagliuzzano i vestiti e la pelle, guardo quei sette spinti verso la vita e la morte. Affascinante, il rosso domina. Meraviglioso.
Meravigliosa anche la loro goffaggine. Non sono professionisti, si vede. Nessuno aveva previsto questo caso, nessuno si era allenato, si era sempre risolto tutto prima. Cadono altri due riformisti. Onore alle vostre armi, compagni. Troppo improbabile, si diceva. Un rimedio estremo, la Ridefinizione di Maggioranza. Necessario, si disse. Addio ai vecchi giochi di potere.
Mannini si accascia al suolo ferito, e un coltello gli entra nella nuca. Povero vecchio. Cervello spappolato da una splendida lama. Magnifica lama. Fischio della sirena, anzitempo. Ci sono solo popolari sul ring. Eccoli lì, sembra che vogliano abbracciarsi. Sopravvissuti, si dicono, noi siamo sopravvissuti. E guardano i cadaveri. E questa strana sensazione di freddezza, le giustificazioni. Abbiamo dovuto. Senza rancore però, d’accordo? Sì, senza rancore, tanto adesso puliscono tutto.
“La maggioranza è ridefinita. Si proceda alla nuova votazione!”
E si va tutti al voto. Tanto i popolari hanno due voti in più, adesso. Tutto facile, tutto pulito. Abbiamo perso.
Penso questo mentre mi approssimo al seggio elettronico, nel chiuso della cabina dove esercito il mio voto. Contro, come al solito. Non servirà a niente, potrei tranquillamente votare a favore, non cambierebbe niente.
E invece no.
Centonovantasette a centonovantasette. Mi si avvicina Belli.
“I giochi sono più complessi di quello che pensavo. Anche noi avevamo dei franchi tiratori.”
“Logico. Vai a sapere chi erano, però. E di sicuro non sono morti tutti.”
“Non mi interessa saperlo. La legge non deve passare. E’ un imbarbarimento dei costumi.”
“Noi ci stiamo squartando, qua dentro.”
“Che fai, il disfattista? Pensavo che tu avessi accettato il tuo ruolo.”
“L’ho accettato. La mia vita privata è sacrificata alla moralità. Le espressioni volgari sono diventate solamente pensieri volgari. Ho paura pure a contattare una donna, ho paura a bere un bicchiere di vino. Non metto quasi piede fuori di casa. Sì, ho accettato il mio ruolo perchè a questo paese ci tengo. Ho accettato tutte le contraddizioni insite nel mio ruolo. Ma penso che sia l’ultima volta.”
“Va bene. Ma ormai sei dentro. Sai qual è la scelta giusta.”
“E’ tutto così casuale… pensi che esista ancora una scelta giusta? Guarda: sono morti quattro dei nostri e due dei loro e siamo ancora alla pari. Non basta a convincerti?”
“Di cosa?”
“Che il gioco è tremendamente complesso. Nessuno sa niente di nessuno, compreso tu.”
“Maledizione! Se i deputati seguissero le direttive del partito…”
“Avremmo già perso. Duecentouno a centonovantanove.”
Mi guarda, e poi se ne va. E’ confuso, e lo sono anch’io. Ci attende un’altra RdM.
La stessa urna, un altro sorteggio. Gli stessi magnifici cartoncini. Trecentonovanta questa volta, perchè chi ha già giocato una volta non può più giocare dopo, specialmente i morti. Io posso. Io sono vivo, almeno per adesso.
“Bianchi Guido!”
Meno uno.
“De Toni Roberto!”
Meno due.
“Maselli Enzo!”
Meno tre.
“Rossi Mario!”
Merda.
E intanto penso che qualcun altro sta dicendo meno quattro. L’unica consolazione è che altri sei di quelli che contano smetteranno di contare, in ogni senso, probabilmente.
“D’Avanzo Chiara!”
Occhi neri, capelli neri, e un mare di ricordi. Un tempo ormai passato.
Eravamo amici, prima che le nostre idee politiche si intromettessero violentemente nel nostro rapporto. Ho sempre pensato che si sopportano ben volentieri le opinioni divergenti di coloro che chiamiamo amici, almeno fino al momento in cui essi raggiungono il potere necessario a realizzare i loro progetti. Ci allontanammo l’uno dall’altra poco per volta per poi ritrovarci in questo posto, giovani leoni coi denti affilati, ognuno pronto a sbranare l’altro. Mi ricordo, a quel tempo io ero diverso, e anche lei lo era: eravamo tutti più tolleranti. Poi capita di mettere la testa a posto. Ecco come siamo finiti qui dentro. Ad ognuno le sue scelte. Anch’io non rivedo i miei vecchi amici da lungo tempo, anch’io sono stato ingoiato da questo mestiere che mi costringe ad un osceno gioco di sacrificio. Io e lei colleghi ed avversari, spesso sfiorati da una voglia che passava veloce, impossibile, per cui ognuno per la sua strada, senza parlare, senza nemmeno salutarsi.
Un uomo mi appoggia un coltello nella mano, mi sveglia; e il resto è silenzio. Paura. Mormorii e preghiere.
Poi una sirena. Io non prego, agisco.
Cinque popolari e cinque Riformisti. Almeno questa volta siamo alla pari. Se potessi guarderei meglio il coltello. E’ meraviglioso con il manico d’osso istoriato, la lama perfetta, e non posso nemmeno guardarlo. Un coltello da collezione, e il ring si stringe, sento quasi l’alito dei miei avversari. Avversari di cosa poi, qui non funziona niente, nessuno sembra attenersi alle dichiarazioni di voto. Potrei far fuori qualcuno che ha votato come me, e non me ne accorgerei, neanche se alla fine rimanessi vivo e avessi la possibilità di vedere il risultato del voto. Dio, quanto s’è stretto il ring. Qui non funziona niente.
Uno scatto.
Mi è addosso un popolare. Il compagno Bronzo gli pianta il coltello in pancia. Non c’è tempo per ringraziarlo. Chiara gli si avvicina, schiva un affondo e tenta di colpire, poi si sposta indietro, momentaneamente al sicuro.
Magnifico coltello. Invito un popolare a guardarlo meglio, ma piantato nel collo non riesce a vederlo. Lo torco per bene. Meraviglioso, acciaio osso e sangue, e cromatismi dinamici. Magnifici. Vietato pensare, unico scopo sopravvivere. Uccidere.
Ho perso il conto, ormai. Vedo solo ombre che si scansano e si colpiscono; io scanso e colpisco. Un bruciore alla spalla. Colpisco. Scanso. Colpisco. Sono un’ombra.
D’improvviso un’ombra nitida. Carina. Atletica. Poi nulla, tutto sfocato. Quanto brucia la spalla, quanto brucia.
Quanti siamo? Non lo so. Tutto sfocato.
Tutto nitido. Urla di incitazione, forza D’Avanzo, Rossi è ormai morto! Vivo, mi dico, io sono vivo. Vedo un coltello, lo vedo tardi. Lo ammiro. Ammiro quella mano femminile, rosso sangue su smalto rosso per unghie. Splendida mano. Feroce. E’ solo un attimo dilatato. Quel movimento a compasso, come una scure che cade sul bersaglio. Quella splendida mano che quasi mi si adagia addosso in una carezza mortale. Vicino, troppo vicino. Veloce, troppo veloce. Sento i vestiti che si lacerano, una splendida giacca firmata rovinata. Soldi spesi male. E un bruciore sotto i tessuti, ma non controllo. Per paura. Guardo Chiara, le viene da piangere, mi sembra, ma è solo un’impressione. Dedizione al dovere, ma non fino a questo punto, non fino a questo punto. Purtroppo non posso mollare. La guardo e la carico. Due metri di rincorsa, arrancante come un vecchio, urlante come un pessimo emulo di Bruce Lee. Mi scanserebbe pure un paralitico.
Inciampo su un cadavere e perdo il coltello. Sono a terra e senza coltello.
Lei avanza, quasi dolorante. Ha una strana smorfia sul volto. Però, quanto è carina, proprio tanto, sì, tanto, mentre arranco alla ricerca di un coltello.
Bastardo, mollalo! Sei morto ormai, molla il coltello, mi serve!
Bastardo. Non è ancora morto del tutto.
E lei ha il coltello a due mani alzato sopra la testa, sembra una sacerdotessa davanti ad un sacrificio umano. Il mio sacrificio, penso mentre mi abbarbico ad un cadavere, aggrappandomi ad esso come ad una speranza. Il cadavere mi mostra i suoi intestini, la sua colazione sobria. Poi annaspo alla ricerca del coltello.
Lei avanza, fiera e sicura di sè, avanza mentre impietrito dal suo sguardo getto una mano a cercare a tentoni un’ancora di salvezza, mentre Chiara assume di nuovo quella posa rituale, e quel suo sguardo che assapora la vittoria. Io sono la sua vittoria, il suo trofeo.
E d’un tratto scatta, e la lama è soltanto un bagliore.
La mia mano si riempie di morte e dolore. Guardo, vedo la mia mano che stringe un coltello dalla parte della lama, la pelle e la carne ferite. Chiara mi balza addosso mentre impugno il coltello. Chiudo gli occhi e fendo l’aria ciecamente. Un rantolo. Un peso che mi rovina addosso.
Sirena. Silenzio. Sono vivo. “Siano fatte le pulizie e si proceda al voto”. Sono vivo.
Non pensare. Non è successo niente di grave. Vietato pensare. Apro gli occhi e trovo il volto di Chiara , e d’istinto spingo di lato il suo corpo. Lo controllo, vedo uno squarcio che le apre il ventre in diagonale. Mi guardo le mani e trovo un coltello, che lascio cadere di colpo, inorridito. Chiara respira a malapena, pesantemente, con gli occhi fuori dalle orbite. Guardo ancora le mie mani insanguinate, sento la voglia di tamponare la ferita con quelle mani, quelle mani così inutili, quelle mani che contemplo quasi fossero due moncherini, mentre la gola mi si stringe per un pianto soffocato, e lei smette di respirare di colpo. Due tizi mi sollevano di peso e mi dicono che è morta, ormai, che io solo sono vivo. Mi scrollo le loro presenze di dosso e mi dirigo altrove, con i miei piedi. Ripenso ad una voglia sopita.
Arrivato al bagno mi chiudo per quindici minuti di silenzio terrificato. Poi arriva un inserviente con un medico, che procede ad uno spicciolo conto dei danni. Mi fascia la mano, cura la spalla, applica quà e là dei cerotti su tagli ed escoriazioni. L’inserviente mi porge un cambio d’abiti che infilo a fatica, bardato dalle bende che mi legano.
Poi esco. Tutto lindo, sembra che niente sia successo. Solo uno strano odore di carne macellata che si impasta violentemente con il profumo dei deodoranti. Trattengo uno sforzo di vomito e vado in cabina di voto.
Mi prende il panico mentre scosto la tenda di pesante velluto rosso, penso a quanti siamo rimasti. Siamo dispari stavolta, stavolta ci sarà un vincitore, e niente più gente che si scanna. Ci penso rabbioso, penso che vorrei vedere ancora qualche morto mentre infilo la scheda, penso al gioco del sacrificio, penso a quello che succede ad occhi chiusi, e mi domando se la giustizia sia cieca, né più né meno della fortuna. Mi opprime il peso di un debito, penso. Infilo la scheda e appoggio i pollici sui due pulsanti, leggermente, senza premerli. Un contatto elettrico esclude l’altro, mi dico. Chiudo gli occhi e penso alla giustizia. Penso di aver pensato troppo, oggi. Premo i due pulsanti contemporaneamente, ritirando i pollici il più veloce possibile, per non sentire nemmeno il calore della lampadina che illumina il pulsante che si è acceso. Non voglio sapere, strizzo le palpebre fino a farmi girare la testa. Ritiro la scheda tastando nel mio buio volontario ed esco dal seggio, e solo allora riapro gli occhi, solo allora sono sicuro di non sapere.
E alla fine il tabellone si illumina. Ci illumina.
Belli è raggiante. Mi si avvicina stranito, lo sguardo perso.
“Abbiamo vinto…”
Lo vedo. Ma a quale costo? Gli stringo la mano con la destra fasciata, una smorfia sul viso. Non dolore, disgusto. Mi parla del titolo onorifico di Reduce Rdm, della considerazione della gente, mi dice che sono un eroe. Il suo concetto di eroe mi fa rabbrividire. Mi ripete che abbiamo vinto, e io gli faccio un cenno di assenso per levarmelo di torno.
Abbiamo vinto, ma io mi sento vuoto. Rettitudine… ne ho piene le scatole, della rettitudine. Chissà dove ho buttato la mia vecchia agenda telefonica, e dove si sono buttati gli amici, chissà se è possibile, una volta uscito di qui…
E intanto sento il comunicato del Presidente, che davanti alle telecamere dichiara il risultato della votazione.
“Con centonovantatre voti contrari, centonovantadue favorevoli e quindici astenuti forzati la proposta di legge Bini sulla reintroduzione della pena di morte è stata respinta. Si è dovuto ricorrere al meccanismo della Ridefinizione della maggioranza per poter giungere a questo risultato. Sia lode e gloria agli Onorevoli colleghi che hanno dedicato e donato la loro vita allo Stato.”