La stanza

Language keeps me locked and repeating
Fugazi, Stacks

E’ una stanza quadrata, vuota, nemmeno tanto grande. Direi sei metri per sei, calcolando così, ad occhio. Essendo quadrata, ha quattro angoli.
In uno ci sono io.
In un altro ci sei tu.
Nell’altro ancora c’è lui.
Nell’ultimo c’è un mucchio di ciarpame.
Non ci sono sedie, siamo tutti seduti per terra, tranne il ciarpame, che non ha bisogno di sedersi. E’ gettato lì.
Io e te siamo in due angoli lontani, di quelli che si guardano in diagonale.
Lui e il ciarpame pure.
Dal mio angolo guardando a destra trovo il ciarpame, guardando a sinistra trovo lui. Se guardo diritto ti vedo.
Vedo i tuoi occhi non incredibili, il tuo sorriso non incredibile, che assume una sfumatura straordinariamente triste, il tuo fisico non incredibile. Nemmeno mi chiedo cosa mi attragga in te, ho già tentato di rispondere troppe volte; forse mi attrae solo una menzogna che ho costruito troppo a lungo. Vorrei gettarla nel ciarpame.
Guardo lui.
Smetto di guardarlo.
Il mio sguardo è impietoso, vuole solo classificarlo, catalogarlo, brutalizzarlo. Tento di dirmi che in fondo non se lo merita.
Questa stanza ha due porte sulle pareti est e ovest. Io sono nell’angolo a sud-ovest.
Si aprono le porte. Da est verso ovest, come il tramonto del sole, iniziano a scorrere delle figure di donna. Le riconosco tutte. Mi sfilano di fronte, alcune si fermano aspettando un cenno del mio capo o una mano protesa, altre mi guardano e poi alzano il mento, tirando diritto.
Fra il ciarpame spunta la testiera di un letto.
Le figure mi passano davanti, una ad una.
La prima:
Bel seno imperioso, bella ragazza che sorride. Passa in un istante, ci ignoriamo a vicenda.
La seconda:
Il primo dolore. La scruto, e quando alza gli occhi su di me distolgo la testa. La ricordo benissimo, era in classe con me. I suoi occhi adesso mi impauriscono. Anche lei scivola oltre la seconda porta.
La terza:
Mi guarda, quasi mi implora. Vuole soddisfare il suo egoismo. Ti sbagli, non guardavo te, guardavo lei. Incrociare il tuo sguardo era solo un incidente di percorso.
Si getta nel ciarpame. La tiro fuori di là e la scaravento oltre la porta. La sua cattiveria non ha mai avuto limiti, e nemmeno la mia.
La quarta:
ti ringrazio per non essere stata cattiva con me. Addio.
La quinta.
Si sposa con un carabiniere. Non mi sono mai piaciuti i carabinieri. A volte l’immaginazione fa brutti scherzi. Mi passa avanti senza guardare. Mi pento di averla guardata in passato.
La sesta:
La gioventù si paga. Bramare un mondo che non ti appartiene è solo un errore di gioventù. Mi guarda, mi invita con la mano. Quasi scatto per alzarmi. Esce dalla stanza ridendo. Le risate continuano a rimbombare nella stanza. Non capirò mai come sono riuscito ad adorare qualcosa che sin dalla nascita ho disprezzato. La gioventù si paga.
La settima:
Meravigliosa. Sorride disinteressata. Raramente ho visto ragazze più belle. Mi dice due parole; stupidaggini. Amo la sua bellezza, il suo sorriso, i suoi occhi, la sua vitalità.
Il suo collo rugoso.
La voce cantilenante.
La sua ottusità insensibile.
Il tempo che giorno dopo giorno le toglie qualcosa.
Vai per la tua strada, ho solo sbagliato a scrivere delle pagine di diario per te che non le meritavi.
L’ottava.
Passa, mi osserva ridendo, vorrebbe giocare. I suoi occhi ammiccano verso la testiera del letto che spunta dal ciarpame. Anche a me in certi giorni piace sentirmi pulito. Con un calcio la mando fuori dalla stanza.
La nona.
La meno bella di tutte. Mi guarda malinconica, reclina la testa, chiusa nel suo silenzio. E’ incerta tra il dire e il non dire.
Mi alzo, cerco di fermarla con una mano. Sorride. E’ bellissima. Mi regala un giorno di felicità, poi si dirige verso l’angolo in cui sei seduta.
Ti scivola dentro. Fa parte di te.
Bella come allora non ti vedrò mai. Ma non so nemmeno dirti quando smetterò di cercare la bellezza in te.
Le porte si chiudono, la sfilata è finita.
Rimaniamo soli, io, te, lui, il ciarpame.
Mi alzo dal mio angolo e vado a scavare nel ciarpame. Ci trovo mezze parole, mezzi silenzi, mezzo di tutto. Mezzo del mio amore e la metà di te. Una passione intera, ma non ce l’ho gettata io lì dentro. Vorrei sapere chi è stato. Frugo di nuovo. Parole, pensieri, omissioni. Mancano le opere, ma non mi stupisce. Fino ad adesso io di opere non ho mai vissuto. E poi trovo anni vissuti malamente, ci trovo ancora altre frasi non dette. Trovo anche la mia felicità. Vorrei sapere chi l’ha gettata lì dentro. Tento di recuperarla, ma una mano (somiglia alla tua) l’inghiotte verso non so dove. Cerco ancora, ma non riesco a trovarla. Smetto di cercare, e mi dirigo verso il mio angolo.
Mi siedo portando le ginocchia al petto, abbracciandole. Esisteva un tempo in cui mi bastavano: oggi, invece, le trovo straordinariamente secche, non mi danno più alcuna impressione di piacevole falsità. Abbraccio la mia solitudine.
Mi alzo e tento di avvicinarmi a te. Scuoti la testa, riluttante. Guardi verso di lui. Lui è tranquillissimo, mi osserva mentre mi avvicino. Ad un certo punto urli, “NO!”.
Svanisco di colpo, e mi ritrovo incatenato al mio angolo.
Lui ti si avvicina. Ti accarezza. Lo accarezzi.
Ti bacia. Lo baci. Ti spoglia. Lo spogli. Siete quasi grotteschi nelle vostre umanità. La mia le batte entrambe.
State copulando, ognuno sommerso dai gemiti dell’altro.
Vi sento ma non voglio guardarvi. Scompaiono le mie catene, e corro ad abbracciare il ciarpame cercando conforto. Mi si sgretola tra le braccia. Mi faccio coraggio e vi guardo ancora, nonostante il dolore. Ma c’è un limite a tutto. Alla fine vi dò le spalle, incapacitato a constatare oltre. Le lacrime mi soffocano gli occhi. Poi vi guardo di nuovo, ti guardo, e ti trovo bella come allora. La tua bellezza, questa volta, non mi compete.
Tu esci dalla porta est. Sento il rumore di acqua che scorre.
Lui esce dalla porta ovest. Sento il rumore di acqua che scorre. Sento canticchiare.
Lui rientra, si è rivestito. Mi vede, mi saluta con un cenno della mano. Ricambio il saluto. Ci mettiamo a discutere di cose varie, del più e del meno, quasi allegri. Io non sono allegro, posso solo fingere la mia allegria, entro i limiti del possibile. Poi lui torna nel suo angolo.
Tu rientri, ti sei rivestita. Mi saluti, vorresti parlarmi, ma sai che non puoi farlo. Torno a frugare nel ciarpame. In fin dei conti non ti posso dare certo torto, visto quello che trovo.
Mi getto nel ciarpame.
Si sta scomodi, in quella posizione. Sento cose appuntite che mi pizzicano ovunque. Mi alzo.
Vi guardo per l’ultima volta, poi cerco una porta, ma non la trovo: sono sparite entrambe. Non posso uscire. Torno a sedermi.
Mi dico che gli architetti di oggi sanno proprio come fare del male, quando vogliono.
Poi mi sovviene che questa stanza l’ho progettata io.
E’ una stanza quadrata, vuota, nemmeno tanto grande. Direi sei metri per sei, calcolando così, ad occhio. Essendo quadrata, ha quattro angoli.
In uno ci sono io.
In un altro ci sei tu.
Nell’altro ancora c’è lui.
Nell’ultimo c’è un mucchio di ciarpame.
Non ci sono sedie, siamo tutti seduti per terra, tranne il ciarpame, che non ha bisogno di sedersi. E’ gettato lì.