Si potrebbe anche provare, come provo io, una sorta di disapprovazione estetica per Gandhi, si potrebbero anche rigettare le pretese di santità fatte a suo nome (pretese che Gandhi comunque non manifestò mai in prima persona), si potrebbe anche rifiutare la santità come ideale e quindi percepire gli obbiettivi di Gandhi come antiumani e reazionari: ma visto semplicemente come politico, e comparato alle altre figure politiche del nostro tempo, che odore di pulito è riuscito a lasciarsi dietro!
Saltati a piè pari gli enormi distinguo di epoca, personalità e luoghi, faccio mia la considerazione di Orwell trasformandola in un augurio (e in una speranza) per Debora Serracchiani: che si lasci dietro odore di pulito poiché esiste tanta gente che ne sente davvero il bisogno, anche in tempi di scarsa capacità olfattiva generale.
“La rabbia è scomparsa, non ho altro che amore oggi per mio padre. Se potesse venire ed entrare nella mia stanza oggi lo abbraccerei e piangerei con lui”.
Parole semplici che non dimenticano la storia. Crederci o non crederci è una scelta personale. Ma sono cose che capitano e lo so per certo, non per sentito dire.
Capita di svegliarsi un giorno e non provare più rabbia. Capita di non sentirsi più la vittima di qualcosa di terribilmente ingiusto. Capita di non sentirsi più spossessati. Capita di vedere svanire le immagini ricorrenti più cupe che parlano di una vendetta impossibile, soltanto inconsciamente voluta: una vendetta che non avrà mai luogo, lacerandoti dentro.
Capita che i pensieri del passato ti abbandonino, che la miseria umana degli altri non ti ferisca più profondamente, che ieri sia ieri e che oggi sia oggi, e che finalmente domani possa essere un giorno ancora da scrivere. Capita così, in maniera naturale, non sai nemmeno perché; nemmeno te ne accorgi subito perché le cattive compagnie del passato non ti mancano, e il loro ricordo è soltanto la constatazione dell’assenza di qualcosa che consideravi erroneamente una forza propulsiva, ma che in realtà ti stava consumando; e capita che quell’assenza ti stupisca benevolmente per un attimo quando ne prendi coscienza per la prima volta, così, incidentalmente, apparentemente per caso, perché hai smesso di pensarci sempre e non hai realizzato che la rabbia nemmeno ti manca.
E ti accorgi che, perduta la rabbia, ti rimane la bellezza che ti appartiene.
Di notte, quando il mondo riposa, mi troverai nel posto che conosco meglio, ballando, urlando, volando verso la luna. Non devi preoccuparti, perché tornerò presto.
E costruiamo castelli nel cielo e nella sabbia, disegniamo il nostro mondo, che nessuno capisce. Mi sono ritrovato vivo nel palmo della tua mano, mentre voliamo questo mondo non ha fine.
Di giorno mi troverai al tuo fianco, tentando di fare del mio meglio, e quando tutto volge verso il peggio sarà soltanto colpa mia, ma non sarà un colpo troppo duro perché tu mi lasci splendere.
E costruiamo castelli nel cielo e nella sabbia, disegniamo un mondo che nessuno capisce. Mi sono ritrovato vivo nel palmo della tua mano; finché voliamo, questo mondo non ha fine.
Paul Kalkbrenner mi sta istintivamente simpatico. In Berlin Calling balla malissimo, recita bene e scrive una bella colonna sonora in cui Sky and Sand risalta come un gioiello, un corollario perfetto del film: ma è anche un affresco di quotidianità sognante, un piccolo capolavoro che mi sorprende pur arrivando dall’autore dell’unico disco di trance che ascolterei incessantemente (l’omonimo Paul Kalkbrenner), splendidamente malinconico e melodico.
Leggi un articolo e sai che certi personaggi progettavano attentati alla metropolitana di Milano e alla basilica di San Petronio a Bologna. Quando? Nel 2006. Spataro parla di progetti molto vaghi. Mica è la prima volta che succede, dopotutto. La vaghezza è norma, la cautela è necessità. Perché magari fra un paio di giorni tutto svanisce in una bolla di sapone, o forse no, forse il tutto era già svanito tre anni fa, all’epoca del non-svolgimento dei fatti.
Incongruenze inquietanti, che quantomeno fanno riflettere.
“Mi pareva che…”, e conclude la sua frase segnalando la separazione netta tra quello che gli dicono gli occhi e quel che gli ricorda la memoria. Informazioni che non coincidono. Io lo guardo e sorrido. Lui mi guarda a sua volta intuendo i miei pensieri, e l’espressione neutra sul suo volto improvvisamente inaridisce nelle secche del sospetto. Fortunatamente, non su di me. Non ce n’è il motivo.
“So cosa stai pensando”. Il mio sorriso non si muove di un millimetro.
“Sto solo ipotizzando”, rispondo, “del resto sai anche tu quale potrebbe essere l’ipotesi maggiormente plausibile.”
Mette in piedi una scenetta facendo finta di andarsene. Ma resta, e gli chiedo cosa starei pensando secondo lui. Indovinando.
“Non era mica difficile”, lo prendo in giro. Ma sotto sotto sono contento per lui. Dimostra di avere cervello, una visione chiara delle cose, l’onestà innata delle persone perbene; e la coscienza di chi sa che darsi un’occhiata alle spalle ogni tanto può aiutare a sopravvivere, di questi tempi.
Una delle tante, innumerevoli canzoni che mi sarebbe piaciuto scrivere, di quelle che ascolterei e che ho ascoltato centinaia di volte. In questa versione, perché certa umanità - che pur manca tantissimo - non è andata perduta.
Un uomo siede su una panchina, legge un libro, o tenta di farlo. I suoi pensieri sono altrove. Per un istante volge lo sguardo a sinistra, vede una sagoma, distoglie lo sguardo facendosi violenza. Si rannicchia ancora di più sul libro, quasi a racchiuderlo, mentre pensa “Ti prego, ti prego, ti prego”. Sente i passi davanti a sè, vorrebbe guardare ma ha un’idea in testa, forse sbagliata. Poco dopo risente gli stessi passi, la stessa presenza che viaggia in direzione inversa. Non accade nulla.
Il nulla, talvolta, è soltanto una bugia che non può essere svelata, poiché parlarne sminuirebbe il significato di un viaggio, di ciò che ha insegnato, di ciò che si è vissuto. E’ qualcosa che vive nelle cose che si sono perse per strada: alcune mancano in maniera indicibile, altre vivono in assenze volontarie, tangibili, prive di qualsiasi costo, come tutte le cose che crescono spontanee, di cui ci si accorge - con meraviglia - gettando uno sguardo distratto che genera un sorriso compiaciuto e bonario, appena accennato.
Il nulla, talvolta, è soltanto un passo verso la ricerca della felicità. Vive nelle emozioni non più soppresse, nella gioia del momento, nel lento svanire della rabbia ultradecennale per un presunto spossessamento, nella morte naturale di una logica di opposizione. Questa morte non intacca né il desiderio né il sentimento, e neppure il dolore.
A poca distanza un generator party a base di musica rock, carne alla griglia e birra alla spina. Nella foto: eccessi e difetti tricologici, facce deformate in cui non ci si riconosce e sguardi estatici persi nel vuoto. Un ciuccio pende da un ramo.
Pasquetta 2009. La foto mi è stata spedita da uno dei tre buontemponi.
Non so se voglio gridare al mondo l’amore che provo, credo che tutto sommato non ce ne sia bisogno. Vivo la strana tranquillità di chi pensa di fare quel che può, e la strana inquietudine di chi sa che quel che può non può essere abbastanza.
Però, come dissi un tempo, voglio gridare al mondo tutto il mio amore per gli avverbi, che poi sono piccole cose; e nelle piccole cose mi sono sempre ritrovato.