Qualche giorno fa una voce oltrecortina mi chiedeva se credessi alla storia della ragazza belga che aveva chiesto di avere tre stelline tatuate sulla guancia e s’era svegliata con metà del firmamento schiantato su metà del suo volto, come un treno senza freni. Le risposte dirette, a volte, non sono il mio forte.
- Ma l’hai vista la faccia del tatuatore?
- No.
- Guardati il filmato e poi ne parliamo.
La voce oltrecortina s’è guardata il filmato.
- Allora, dimmi, ti addormenteresti di fronte a un personaggio del genere mentre ti fa un tatuaggio? E poi lui dice di avere un testimone che dice che ha fatto esattamente quel che la ragazza gli ha richiesto. I tatuatori poi non partono in quinta a meno che non siano degli scalzacani, sanno che quella roba te la porti addosso per tutta la vita. Non sono cose che si possono prendere alla leggera.
Insomma, il mio era un no. Ma anche la voce oltrecortina era perplessa o sicura che la storia fosse inventata, altrimenti non mi avrebbe posto la domanda. Morale della favola, a distanza di qualche giorno salta fuori che la ragazzina ha mentito, che aveva paura della reazione del padre e che s’è inventata una storia per levarsi dai guai che s’era procurata da sola.
Ma chi volesse fare un giro su google troverebbe molti modi in cui la gente riesce a farsi del male. Tipo questi. O questi. O questi. O ancora questi qui, che se non sapessi esattamente quel che ho tatuato sulla mia spalla (visto che il disegno l’ho ricopiato io) mi farebbero venire qualche patema d’animo.
Uhm. Ho già qualche patema d’animo. La prossima volta che entro in un ristorante cinese mi faccio controllare.
And whether I live forever, or am doomed to die earth bound, it doesn’t matter, you may let the years drip from my face as the world turns round and round…
But as long as I can breathe, can lift my voice and make a sound, in everything I am, in everything I do, I am your servant, I need you.
Le emozioni a quanto pare non mancano, le preoccupazioni neppure, e neanche le telefonate che ti gelano il sangue alle undici di sera, quando stai chiacchierando amabilmente di progetti musicali presenti e futuri. Mamma bene, per fortuna. Non sbarella, non rompe e continua a rimanere la persona d’oro che è stata per tutta la sua vita.
Principi contrastanti, ti dici. Ogni volta che capita. Se rispettare la volontà altrui - anche quella di farsi del male - o impedire che qualcosa avvenga per via di una momentanea perdita di lucidità. Partecipare, scegliere per qualcun altro, levargli una fondamentale libertà di scelta. Ma succede che ogni volta il comportamento è lo stesso. Che ai principi contrastanti pensi sempre dopo. Che le scelte che hai fatto non sono mai state violente. Che le immagini che hai davanti ti siano chiare soltanto a posteriori nella loro tragicità, che non aver visto qualcosa nell’immediato ti aiuti a mantenere la calma. Per fortuna. Non potrai mai sapere come sarebbe andata se soltanto avessi saputo. Speri di non doverlo sapere in futuro. Ma che se anche capitasse farai quel che senti di poter fare, dover fare, senza che nessuno si faccia male. O almeno lo speri.
Assistere all’autodistruzione altrui è sempre un enorme dispiacere. Non puoi far finta di non vedere, anche quando vorresti. Non puoi far finta di poterci fare qualcosa, anche quando vorresti. Non puoi far finta di non poterci fare qualcosa. Mi piacerebbe solo che certe persone si accorgessero del dolore che portano in famiglia, della preoccupazione che spandono a piene mani tra gli amici, che possono anche correre, ma che quando si accorgono che sei in ottime mani non possono fare altro che cercare di calmarti e lasciarti a coloro che più ti amano, che usano parole gentili, comprensive, che hanno un quadro perfetto della situazione. Che sanno che non stai bene, che è tutto dentro di te, e che soltanto tu hai la soluzione. Se soltanto smettessi di fuggire.
If you ask me, I’ll be there for you, but it’s up to you from here…
Diènimol mi lascia solo per qualche minuto in una stanza in cui sono entrato un paio di volte. Quando guardo quella parete e mi accorgo di quella locandina mi manca il respiro e le parole mi si fermano in gola, come se il cuore per un istante smettesse di battere. Esiste solo quella locandina alta un metro che si staglia contro una parete blu intenso. Quella parete incornicia un cuore di carta appallottolata. Poi, passato lo shock iniziale, ti guardi attorno e vedi gli strumenti, una piccola parte della collezione di Diènimol, unico individuo adulto al mondo capace ancora di stupirsi di fronte ad un Do maggiore. Vedi la batteria con i piatti sbrecciati, consumati, e sai per esperienza che anche le imperfezioni di quella roba teoricamente da buttare (in realtà soltanto profondamente vissuta) sono servite e servono a generare suono, musica; servono a rinnovare lo stupore. Vedi lo splendido harmonium austriaco del 1907 con il suo mantice a pedali; vedi l’harmonium indiano e un lamierone enorme che diventa un gong impazzito o un’unghia di metallo a seconda di come lo suoni. Il resto è nell’altra stanza o a casa mia, dove parte di quel tesoro viene trasferito per trasportare e trasformare in un tentativo fisico il mondo di suono che vive dentro di noi. Un tentativo fallito in partenza, a mio parere, ma si tratta di un dolce fallire.
Ma quel cuore, quel cuore. Attorno a quel cuore tutto inizia ad avere un senso, un sentimento: lo spring drum inventato da Trilok Gurtu, i glockenspiel, i dinosauri di pezza che emettono suoni elettronici sgranati e molesti, l’Access Virus, il computer, l’hard disk recorder, il violino, la chitarra e il basso, i flauti e gli aggeggi, i pezzi del Meccano. Un’associazione culturale chiamata Metrodora e una collezione sterminata di dischi, il silenzio d’una grotta in cui cadono gocce d’acqua, la campana distante d’una chiesa di montagna che sfalda progressivamente le sue onde nella valle fino al compimento della lenta morte d’una risonanza, che ti lascia soltanto il ricordo e il fruscio del vento tra le fronde degli alberi. Tutto ruota attorno a quel cuore, tutto nasce e acquista profondità dentro quel cuore, anche i tentativi falliti.
Quando Diènimol rientra nella stanza gli chiedo come abbia avuto quella locandina. Mi riferisce che l’ha comprata anni addietro ad un mercato dell’usato pagandola due lire. I trent’anni passati da quel giorno la rendono vissuta, imperfetta, meravigliosa. Diènimol mi parla di quel cuore, di quella pagina con la classifica di TV Sorrisi e Canzoni appallottolata. Al quinto posto dei singoli spunta Grease. “Quel concerto”, mi dice, “era una cosa fatta col cuore. Le classifiche quel giorno lì non contavano, erano carta straccia. E quel manifesto mi ricorda una pugnalata al cuore.”
A causa di contingenze piuttosto urgenti scambio alcuni sms con Diènimol.
Io:
Le foto sono venute da schifo e [snip] irreperibile su Internet. Ci tengo a [snip]. Vorrei ritentare prima di [snip]. Ciao.
Diènimol:
Se vuoi puoi venire domani ma porta la tua macchina che forse ha meno pretese della mia. Tu se puoi vai a rompere le palle al tuo collega per il sito grazie.
Io:
Grazie. Se [snip] allora [snip]. Tuo zio va a Strasburgo. Ho rotto le palle, la settimana prossima bisogna portare qualche idea.
Diènimol:
Caro Albi, volevo avvisarti che per sbaglio hai mandato a me un sms che sarebbe dovuto arrivare a qualcun altro. Io non ho zii che vanno a Strasburgo.
Si potrebbe anche provare, come provo io, una sorta di disapprovazione estetica per Gandhi, si potrebbero anche rigettare le pretese di santità fatte a suo nome (pretese che Gandhi comunque non manifestò mai in prima persona), si potrebbe anche rifiutare la santità come ideale e quindi percepire gli obbiettivi di Gandhi come antiumani e reazionari: ma visto semplicemente come politico, e comparato alle altre figure politiche del nostro tempo, che odore di pulito è riuscito a lasciarsi dietro!
Saltati a piè pari gli enormi distinguo di epoca, personalità e luoghi, faccio mia la considerazione di Orwell trasformandola in un augurio (e in una speranza) per Debora Serracchiani: che si lasci dietro odore di pulito poiché esiste tanta gente che ne sente davvero il bisogno, anche in tempi di scarsa capacità olfattiva generale.
“La rabbia è scomparsa, non ho altro che amore oggi per mio padre. Se potesse venire ed entrare nella mia stanza oggi lo abbraccerei e piangerei con lui”.
Parole semplici che non dimenticano la storia. Crederci o non crederci è una scelta personale. Ma sono cose che capitano e lo so per certo, non per sentito dire.
Capita di svegliarsi un giorno e non provare più rabbia. Capita di non sentirsi più la vittima di qualcosa di terribilmente ingiusto. Capita di non sentirsi più spossessati. Capita di vedere svanire le immagini ricorrenti più cupe che parlano di una vendetta impossibile, soltanto inconsciamente voluta: una vendetta che non avrà mai luogo, lacerandoti dentro.
Capita che i pensieri del passato ti abbandonino, che la miseria umana degli altri non ti ferisca più profondamente, che ieri sia ieri e che oggi sia oggi, e che finalmente domani possa essere un giorno ancora da scrivere. Capita così, in maniera naturale, non sai nemmeno perché; nemmeno te ne accorgi subito perché le cattive compagnie del passato non ti mancano, e il loro ricordo è soltanto la constatazione dell’assenza di qualcosa che consideravi erroneamente una forza propulsiva, ma che in realtà ti stava consumando; e capita che quell’assenza ti stupisca benevolmente per un attimo quando ne prendi coscienza per la prima volta, così, incidentalmente, apparentemente per caso, perché hai smesso di pensarci sempre e non hai realizzato che la rabbia nemmeno ti manca.
E ti accorgi che, perduta la rabbia, ti rimane la bellezza che ti appartiene.
Di notte, quando il mondo riposa, mi troverai nel posto che conosco meglio, ballando, urlando, volando verso la luna. Non devi preoccuparti, perché tornerò presto.
E costruiamo castelli nel cielo e nella sabbia, disegniamo il nostro mondo, che nessuno capisce. Mi sono ritrovato vivo nel palmo della tua mano, mentre voliamo questo mondo non ha fine.
Di giorno mi troverai al tuo fianco, tentando di fare del mio meglio, e quando tutto volge verso il peggio sarà soltanto colpa mia, ma non sarà un colpo troppo duro perché tu mi lasci splendere.
E costruiamo castelli nel cielo e nella sabbia, disegniamo un mondo che nessuno capisce. Mi sono ritrovato vivo nel palmo della tua mano; finché voliamo, questo mondo non ha fine.
Paul Kalkbrenner mi sta istintivamente simpatico. In Berlin Calling balla malissimo, recita bene e scrive una bella colonna sonora in cui Sky and Sand risalta come un gioiello, un corollario perfetto del film: ma è anche un affresco di quotidianità sognante, un piccolo capolavoro che mi sorprende pur arrivando dall’autore dell’unico disco di trance che ascolterei incessantemente (l’omonimo Paul Kalkbrenner), splendidamente malinconico e melodico.
Leggi un articolo e sai che certi personaggi progettavano attentati alla metropolitana di Milano e alla basilica di San Petronio a Bologna. Quando? Nel 2006. Spataro parla di progetti molto vaghi. Mica è la prima volta che succede, dopotutto. La vaghezza è norma, la cautela è necessità. Perché magari fra un paio di giorni tutto svanisce in una bolla di sapone, o forse no, forse il tutto era già svanito tre anni fa, all’epoca del non-svolgimento dei fatti.