
I tedeschi (non tutti per fortuna) prima ancora di dire mamma come gli italiani imparano a dire Verboten, ma se sono all’estero la dimenticano in fretta per poi reimpararla all’istante quando rientrano nella Vaterland (mi raccomando, da non pronunciare correttamente). Chi ha avuto a che fare - come me - con software di origine tedesca ne sa qualcosa: appena devi fare qualcosa che va fuori da quanto le precise menti teutoniche hanno escogitato ci si trova di fronte ad un Non zi pvo’, il zoftvare non è stato penzato per qvesto. E tu lì, a tentare di piegarlo alle tue esigenze più che alla tua volontà, che poi sarebbero anche le esigenze di molti. Ma non zi pvo’, anche quando si riesce in quel che non si può, magari architettando qualcosa che si affida all’italica arte dell’arrangiarsi utilizzando le cose al di là di ciò che è teoricamente possibile, arte altrimenti conosciuta come hacking nel mondo informatico.
Quella sopra è l’immagine che mi ha accolto a Francoforte nel giorno (finora) più bello della mia vita, prima di attendere per due ore (in più) il volo fino a Venezia, per poi finire in stazione a Mestre ad attendere per quattro ore il primo treno verso Udine in compagnia di un punkabbestia orgoglioso di mangiare anche il cibo per cani e non essere ancora morto, o così dice lui; e varia umanità notturna bizzarra o disperata, o entrambe le cose, e nessun treno che passa. “Non andare di là che c’è brutta gente”, m’ha detto un nordafricano che andava nella stessa direzione che stavo prendendo io. Non ho capito se lui fosse tra la brutta gente oppure no, ho soltanto ringraziato e girato i tacchi, come si conviene a chi cazzeggia fuori zona e si becca un avvertimento. In fondo non c’era niente da guardare, se non i fatti degli altri. Sono state lo stesso quattro ore felliniane, mancava soltanto la donna cannone, o forse c’era e non l’ho vista. Quel che ho visto mi ha fatto provare delle strane emozioni, e sì, maledetti tedeschi, lo rivedrei di nuovo. Come riascolterei mille volte le parole di Jurgen Klinsmann che di fronte alla scorrettezza di chi si considera perfetto da’ una lezione ad un intero paese, dicendo che vivere in Italia gli ha insegnato a essere più tollerante. Spero di esserlo un po’ di più anch’io in fondo, ma oggi voglio togliermi un sassolino dalla scarpa.
Grazie per gli schermi blu della morte. Grazie per il cibo di merda dei voli Lufthansa, grazie per il tempaccio cane del grigio cielo di Germania che fa arrivare i voli in ritardo per l’ultimo treno, grazie per il sonno perso, grazie per la vostra difettosa perfezione, per le hostess meccaniche incapaci di capire pen, che poi ti tocca rispolverare un tedesco scolastico per dirgli kugelschreiber. E grazie per la naturale e inaspettata cortesia di certi agenti di dogana all’aeroporto, grazie per un comandante la cui voce rilassata e divertita era particolarmente piacevole pur con qvel terribile accento tetesco, e per tutte quelle persone che al di là del ruolo, della divisa che indossano, hanno dato una mano ad un ragazzotto attempato che si è sentito, come poche volte nella sua vita, nella condizione di dover dipendere dagli altri per far fronte alla propria inesperienza, e che ha trovato molta gente disposta - non soltanto professionalmente - ad aiutarlo.
Grazie anche ai maledetti tedeschi quando decidono di essere un po’ meno maledetti, al punkabbestia senza cane che ha condiviso qualche cicca e le sue esperienze di vita con me rendendo un’attesa più breve, anche se non meno particolare, e anche questa è una fortuna.
Grazie soprattutto a te, Serena. Mi hai detto di non scriverti le cose sul blog, ma non credo che esista nulla di male, in fondo, a dichiarare di essere felici. Credo che tu - della mia felicità - abbia almeno una mezza idea. Grazie per essere stata una guida di lusso per un turista disorientato e stupito, grazie di avermi mostrato una città meravigliosa come solo chi ama quella città può fare, come solo chi si muove in un posto che può chiamare casa riesce a fare, ma tu saresti a casa ovunque. E grazie di tutto quello che non voglio e non posso dire, che riguarda soltanto noi due.