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15 Luglio 2009Aggiornamento dell’una del pomeriggio: пиздец. Non proprio, perché è tutto tranquillo. Però, però. Sai già.
Aggiornamento dell’una del pomeriggio: пиздец. Non proprio, perché è tutto tranquillo. Però, però. Sai già.


Eratostene, dice. Ma a me sembra di ricordare… Sì, ci va vicino. Mi ero confuso anch’io. Avevo controllato. Sapevo che non era lui, ma mi ero dimenticato il nome. Certo, non ricordavo tanto bene da dire come il dottore di Moretti in Caro Diario “Mi ci gioco una palla, due no”, ma un rublo sì. E ci tenevo anche a essere pagato.
Ma certe scommesse ti piacerebbe perderle, perché sai che la vittoria o la sconfitta è indifferente, che l’importante è partecipare, che vorresti addirittura avere torto e ricordare male, anche se sai che è improbabile.
E adesso mi sa che ricorderò molto a lungo quel nome che avevo dimenticato. Poco male, è un piccolo prezzo da pagare per una cosa spaventosamente grande.
Ho spedito due mail al Partito Democratico, una all’indirizzo del Senatore Marino, l’altra all’indirizzo di Franceschini. Mi lamentavo - anche vigorosamente - dell’invadenza con cui il Senatore Marino ha deciso di avvisarmi di qualcosa di cui non me ne può fregare di meno, ovverosia del fatto che si presenta alle primarie. Intendiamoci: non conosco Marino, né a questo punto mi interessa farlo, e può anche essere una bravissima persona, per carità, ma il suo entourage non deve permettersi di spedire mail non sollecitate (cioè spam) al sottoscritto, perché non ho mai voluto ricevere mail da loro, non mi sono iscritto a nessuna newsletter e so leggere i giornali. In più, per certi discorsi, sono suscettibile anche dal punto di vista professionale.
Non ho ricevuto nessuna risposta e la cosa mi fa un tantinello schifo. Com’è che dovrei accettare che loro chiedano qualcosa a me e poi quando io chiedo qualcosa a loro non si degnano nemmeno di scrivere una riga? Ho fatto una domanda ad un partito che sente di aver bisogno di un mio voto: mica li ho cercati io, mi hanno cercato loro. E’ così che trattano le persone?
La risposta, a mio avviso, sta in una certa mancanza di decenza umana, nel ritenere che rispondere sia tempo buttato, che la cosa sia poco importante, che le persone siano soltanto un mezzo per ottenere voti, e nulla di più. Non so come abbiano ottenuto il mio indirizzo mail poiché lo gestisco con accuratezza, ma anche se lo avessero ottenuto in modo legittimo non possono considerarsi autorizzati a spedirmi spazzatura perché non mi è mai stato chiesto alcun consenso, e la cosa è irritante quanto la telefonata registrata di Casini che spacca i maroni chiedendoti il voto, anzi, è più irritante ancora, poiché so che Casini non sta dalla mia parte e non simpatizzo per lui nemmeno potenzialmente. Non posso dire lo stesso per il PD, almeno in teoria. Ma nella pratica posso dirlo, eccome.
Poiché in fondo sarebbe bastato poco per rispettare una banale regola di convivenza civile che ritengo giustificabile infrangere solo in caso di bisogno, o se si è disposti a dare l’attenzione necessaria a coloro di cui viene richiesta l’attenzione, nella fattispecie il sottoscritto. Altrimenti mi si trasforma in un numero, e la cosa non è accettabile. Volete un partito fatto di persone? Trattatele come persone. Iniziate, cazzo, perché non è mai troppo tardi. Ma in questo caso è veramente tardi, e i vostri (ex) elettori sono stufi marci di turarsi il naso perché puzzate. E intanto l’emorragia continua, e non è per qualunquismo. E’ per delusione.
Non rispondere, in questo caso, è qualcosa che fa male più a loro che non a me, come testimoniato dal fatto che non dimentico. Non ci perdo il sonno sopra di certo; preferisco sorriderne e parlare con calma alla prossima persona che tenterà di ficcarmi tra le mani un volantino, così saprà cosa ne penso su certe cose, e cioè: your politics keep being boring as fuck, nonostante le apparenze.

I tedeschi (non tutti per fortuna) prima ancora di dire mamma come gli italiani imparano a dire Verboten, ma se sono all’estero la dimenticano in fretta per poi reimpararla all’istante quando rientrano nella Vaterland (mi raccomando, da non pronunciare correttamente). Chi ha avuto a che fare - come me - con software di origine tedesca ne sa qualcosa: appena devi fare qualcosa che va fuori da quanto le precise menti teutoniche hanno escogitato ci si trova di fronte ad un Non zi pvo’, il zoftvare non è stato penzato per qvesto. E tu lì, a tentare di piegarlo alle tue esigenze più che alla tua volontà, che poi sarebbero anche le esigenze di molti. Ma non zi pvo’, anche quando si riesce in quel che non si può, magari architettando qualcosa che si affida all’italica arte dell’arrangiarsi utilizzando le cose al di là di ciò che è teoricamente possibile, arte altrimenti conosciuta come hacking nel mondo informatico.
Quella sopra è l’immagine che mi ha accolto a Francoforte nel giorno (finora) più bello della mia vita, prima di attendere per due ore (in più) il volo fino a Venezia, per poi finire in stazione a Mestre ad attendere per quattro ore il primo treno verso Udine in compagnia di un punkabbestia orgoglioso di mangiare anche il cibo per cani e non essere ancora morto, o così dice lui; e varia umanità notturna bizzarra o disperata, o entrambe le cose, e nessun treno che passa. “Non andare di là che c’è brutta gente”, m’ha detto un nordafricano che andava nella stessa direzione che stavo prendendo io. Non ho capito se lui fosse tra la brutta gente oppure no, ho soltanto ringraziato e girato i tacchi, come si conviene a chi cazzeggia fuori zona e si becca un avvertimento. In fondo non c’era niente da guardare, se non i fatti degli altri. Sono state lo stesso quattro ore felliniane, mancava soltanto la donna cannone, o forse c’era e non l’ho vista. Quel che ho visto mi ha fatto provare delle strane emozioni, e sì, maledetti tedeschi, lo rivedrei di nuovo. Come riascolterei mille volte le parole di Jurgen Klinsmann che di fronte alla scorrettezza di chi si considera perfetto da’ una lezione ad un intero paese, dicendo che vivere in Italia gli ha insegnato a essere più tollerante. Spero di esserlo un po’ di più anch’io in fondo, ma oggi voglio togliermi un sassolino dalla scarpa.
Grazie per gli schermi blu della morte. Grazie per il cibo di merda dei voli Lufthansa, grazie per il tempaccio cane del grigio cielo di Germania che fa arrivare i voli in ritardo per l’ultimo treno, grazie per il sonno perso, grazie per la vostra difettosa perfezione, per le hostess meccaniche incapaci di capire pen, che poi ti tocca rispolverare un tedesco scolastico per dirgli kugelschreiber. E grazie per la naturale e inaspettata cortesia di certi agenti di dogana all’aeroporto, grazie per un comandante la cui voce rilassata e divertita era particolarmente piacevole pur con qvel terribile accento tetesco, e per tutte quelle persone che al di là del ruolo, della divisa che indossano, hanno dato una mano ad un ragazzotto attempato che si è sentito, come poche volte nella sua vita, nella condizione di dover dipendere dagli altri per far fronte alla propria inesperienza, e che ha trovato molta gente disposta - non soltanto professionalmente - ad aiutarlo.
Grazie anche ai maledetti tedeschi quando decidono di essere un po’ meno maledetti, al punkabbestia senza cane che ha condiviso qualche cicca e le sue esperienze di vita con me rendendo un’attesa più breve, anche se non meno particolare, e anche questa è una fortuna.
Grazie soprattutto a te, Serena. Mi hai detto di non scriverti le cose sul blog, ma non credo che esista nulla di male, in fondo, a dichiarare di essere felici. Credo che tu - della mia felicità - abbia almeno una mezza idea. Grazie per essere stata una guida di lusso per un turista disorientato e stupito, grazie di avermi mostrato una città meravigliosa come solo chi ama quella città può fare, come solo chi si muove in un posto che può chiamare casa riesce a fare, ma tu saresti a casa ovunque. E grazie di tutto quello che non voglio e non posso dire, che riguarda soltanto noi due.
My mistress’ eyes are nothing like the sun;
Coral is far more red than her lips’ red:
If snow be white, why then her breasts are dun;
If hairs be wires, black wires grow on her head.
I have seen roses damask’d, red and white,
But no such roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hath a far more pleasing sound.
I grant I never saw a goddess go:
My mistress, when she walks, treads on the ground.
And yet, by heaven, I think my love as rare
As any she belied with false compare.
E potremmo discutere a lungo dell’onestà dello scrittore, costretto al brotarbeit o semplicemente fiero di un’intuizione, magari non profondamente sincera. Non c’è corso di narratologia che potrà mai sviscerare completamente la differenza tra intenzione e risultato, tra anima e calcolo; potrà metterci in guardia, avvertire delle differenze tra io narrante e personalità dello scrittore, e non sapremo mai quanto perfetta o fittizia è la sovrapposizione delle due anime. Potremo soltanto avere indizi confermati o smentiti, frammenti consegnati alla storia.
Quel che sappiamo, e che riguarda soltanto noi stessi, è che le parole che abbiamo amato parlano della nostra anima almeno quanto quelle che abbiamo pronunciato.
(Non basta fare capolavori, bisogna essere capolavori, magari anche capolavori mancati. - Carmelo Bene)
Le terre consacrate così lontane mentre i sogni fugaci ancora indugiano, come voci distanti nella pioggia, come granelli di sabbia che scivolano dalle mie mani. Non avrei mai pensato di andare così distante senza una stella per attraversare il mare, così distante dalle coste che ho lasciato, pur distante da quelle che devo ancora raggiungere.
Tento di trovare la forza di cui ho bisogno per calmare i dubbi nella mia fede, con la volontà so che il mio cuore non si spezzerà, e se ho forza allora io credo, se ho amore il mio cuore batte ancora, qui, sotto stelle lontane da casa.
L’immagine sbiadisce, la luce arretra, il suono si perde in sospiri, i miei ricordi un tempo luminosi e puri sono luci distanti che si affievoliscono con il tempo. E non avrei mai pensato di andare così distante senza una stella per attraversare il mare, così distante dalle coste che ho lasciato, pur distante da quelle che devo ancora raggiungere.
(Ronan Harris)
Mi riferiscono che andare in Russia con giacche a cui manca l’asola per appenderle è peggio che pestare un poliziotto. Mai sfidare una guardarobiera russa. Piuttosto è meglio sfidare una farmacista italiana che quando gli chiedi qualcosa per il mal d’aria (non si sa mai) ti propone un prodotto contro l’aerofagia. La prossima volta chiedo direttamente il Travelgum.
Mi assento per circa una settimana, adesso vado a preparare la valigia. A presto.
Qualche giorno fa una voce oltrecortina mi chiedeva se credessi alla storia della ragazza belga che aveva chiesto di avere tre stelline tatuate sulla guancia e s’era svegliata con metà del firmamento schiantato su metà del suo volto, come un treno senza freni. Le risposte dirette, a volte, non sono il mio forte.
- Ma l’hai vista la faccia del tatuatore?
- No.
- Guardati il filmato e poi ne parliamo.
La voce oltrecortina s’è guardata il filmato.

- Allora, dimmi, ti addormenteresti di fronte a un personaggio del genere mentre ti fa un tatuaggio? E poi lui dice di avere un testimone che dice che ha fatto esattamente quel che la ragazza gli ha richiesto. I tatuatori poi non partono in quinta a meno che non siano degli scalzacani, sanno che quella roba te la porti addosso per tutta la vita. Non sono cose che si possono prendere alla leggera.
Insomma, il mio era un no. Ma anche la voce oltrecortina era perplessa o sicura che la storia fosse inventata, altrimenti non mi avrebbe posto la domanda. Morale della favola, a distanza di qualche giorno salta fuori che la ragazzina ha mentito, che aveva paura della reazione del padre e che s’è inventata una storia per levarsi dai guai che s’era procurata da sola.
Ma chi volesse fare un giro su google troverebbe molti modi in cui la gente riesce a farsi del male. Tipo questi. O questi. O questi. O ancora questi qui, che se non sapessi esattamente quel che ho tatuato sulla mia spalla (visto che il disegno l’ho ricopiato io) mi farebbero venire qualche patema d’animo.
Uhm. Ho già qualche patema d’animo. La prossima volta che entro in un ristorante cinese mi faccio controllare.