Un tuffo nella memoria.
Tra le tante cose che mi stanno sul culo c’è n’è una a cui non mi abituerò mai, e cioè quel malinteso senso di solidarietà che i drogati hanno tra di loro, che è più che altro complicità.
Ricordo vecchie storie di vecchi posti, quindici anni fa. Frequentavo un circolo che era tutto voglia di sex and drugs and rock and roll, dove se t’andava bene trovavi il rock e se t’andava male le drugs. Io trovavo il rock e poco anche di quello, perché poi t’accorgevi che quel buco non era nient’altro che uno dei tanti viaggi al termine della notte che puoi trovare in giro, un parcheggio per dannati alla ricerca di qualcosa che non possono trovare.
Il tizio che lo gestiva, beh, non lo definirei losco, però gente del genere ne ho incontrata e non sai mai se si tratta di spazzini o di pattumiere, forse tutt’e due. Non l’ho mai capito fino in fondo. Era meglio non legarsi troppo.
In quel locale ci avrei portato una ragazza solo se avessi dovuto mollarla o se avessi dovuto sposarla, ma non sussisteva alcuna delle due circostanze. Era bello guardarsi in giro, ascoltare qualche gruppo interessante. Era un po’ meno bello separare due tipi o due tipe che se le davano di santa ragione. Per la cronaca le donne se le suonano più dei maschi. Sono molto più tignose.
Anche la compagnia era buona, quando non ti mostrava i segni delle overdose come se fossero ferite di guerra di cui andare orgogliosi perché sei uscito da quella merda, sei sopravvissuto. Un’attrice napoletana mi avrebbe spiegato, in seguito, che certe cose non finiscono mai, come l’alcolismo: non ne esci mai, puoi essere solo sobrio o sbronzo, ma alcolista o drogato rimani, inseguito dai fantasmi del tempo perduto che non puoi recuperare. Non lo so. Forse. Non potrei parlare per esperienza personale, ma un fondo di verità forse c’è. In alcuni l’ho visto, l’ho vissuto.
Certo non erano tutti drogati o alcolisti, e non tutti cercavano di portare avanti la notte fino alla sua estinzione lasciando brandelli di fegato e coppe dell’olio per strada, ma credo di averne viste di un buon numero di colori.
Una sera, passando per salutare, mi misi a parlare con un DJ. Era tardi e l’ambiente era ancora vivo, nei limiti del possibile. In mezzo alla pista da ballo c’era un tipo, non propriamente sdraiato né seduto. Aveva le gambe distese, la schiena piegata in avanti, la testa reclinata come se si stesse osservando il pacco, le braccia mollemente adagiate al terreno. Dormiva.
Un tipo strano, un cameriere che spesso parlava di animare il locale facendo spogliarelli (ma non penso che ci fossero molte persone interessate a vederlo nudo) era steso sulla panca. Dormiva pure lui, anche se in posizione più consona. Entrai, salutai il DJ che era al banco a bersi una birra.
- Ciao.
- Ciao.
- Come va?
Si guardò in giro, guardò il tipo in mezzo alla pista, poi si voltò verso la panca. Attorno a noi altro risultame umano, e un po’ di gente tranquilla (c’era anche quella). Aveva uno sguardo strano, a metà tra lo sconsolato e il divertito. Alzò entrambe le sopracciglia socchiudendo gli occhi. Sospirò prima di parlare.
- Eh, lo vedi.
Sorrisi. In quel momento si svegliò il tipo sulla panca. Dopo aver dato un’occhiata scandalizzata alla pista da ballo ci si avvicinò sbadigliando, ci salutò e fece un paio di domande, a cui rispose il DJ.
- Che ore sono?
- Le due e mezza.
- E da quanto sono qui?
- Da mezzanotte circa.
- E quanto tempo ho passato qui?
- Due ore e mezza!
- Ma… avete visto quel tipo in mezzo alla pista?
- Ma parli te che dormi da quando sei arrivato?
- Ah.
Fece per allontanarsi, si grattò la testa ancora assonnato, poi ci ripensò e fece ancora qualche domanda.
- Che ore sono?
- Le due e mezza!
- E da quando sono qui?
- Da due ore e mezza…
- Ma… avete visto quel tipo?
A quel punto mi misi a ridere, voltandomi. Il DJ non sapeva più che pesci pigliare e sbottò. Ordinai una birra e contemplai il disastro circostante come se non ci fossi in mezzo. Perché se frequenti abitualmente un posto del genere, e lo fai per parecchio tempo come ho fatto io, è perché soddisfa i tuoi bisogni o pensi che prima o poi possa farlo, finché non ci resti invischiato o ti rompi i coglioni. A me è capitata la seconda cosa.
Altro giro, altra corsa.
Poche persone, sempre le stesse. Un barista s’era portato il solito personaggio ubriaco disfatto che non ti molla mai, che ormai gravitava solitario attorno al bancone ammorbando chiunque gli capitasse a tiro. Funziona così: il barista gli dà da bere fino all’orario di chiusura, incamerando un buon quantitativo di danaro. Poi arriva l’ora di chiudere, e piuttosto che sbattere fuori un buon cliente gli propone un altro posto, che di solito è uno di questi viaggi al termine della notte. Il barista paga un giro e di solito approfitta di una breve distrazione per sparire e andarsene a letto, lasciando il morbo umano ad altri dottor Morte che ne deprederanno ulteriormente il portafogli annuendo di tanto in tanto agli sproloqui incomprensibili che ascoltano, tanto quelle persone il più delle volte non sentono la necessità di un feedback. Hanno bisogno del simulacro di una presenza, d’un paio d’orecchie. Hanno bisogno di sfogarsi, non di comunicare.
Io ero ad un tavolo con due presunti amici, non certo intimi. Il DJ mise su A Forest dei Cure. La linea di basso iniziò a cullarmi. I miei due presunti amici non gradirono, erano in pieno trip da Sex Pistols, all’epoca riformatisi per qualche concerto. Uno dei due iniziò ad inveire a voce alta contro il DJ, “Dinosauro! Mette su i Cure. Dinosauro! Metti su i Sex Pistols, altro che i Cure!”
La cosa era tragicomica, un indice del loro scollamento dalla realtà. L’altro mi chiese se volevo qualcosa, e si riferiva a qualcosa che di solito non si trova nei bar. Ebbi la sensazione che se fossi stato curioso avrei ascoltato l’enunciazione di un catalogo da farmacia clandestina e declinai istantaneamente. Quel mio rifiuto sancì una salutare distanza. Fu l’ultima volta che lo vidi. Mi staccai da entrambi quando mi accorsi che facevano parte di un club esclusivo, molto esclusivo. In effetti escludeva tutti quelli che non la pensavano come loro, incluso il sottoscritto. Soprattutto escludeva chi non si faceva come loro e non ne aveva alcuna intenzione, come il sottoscritto.
Seppi di loro a qualche anno di distanza. Alcuni amici mi telefonarono, erano in un pub. Li raggiunsi, mi sedetti e li salutai. Con loro c’era un tipo grasso, mi guardava con occhi che sembravano sconsolati. Faticai a riconoscerlo. Un tempo era uno stecco, ogni energia consumata dall’eroina che si faceva, e ora mi trovavo di fronte un pallone. Non era il gonfiore a disorientarmi, ma lo sguardo abbattuto: l’aggressività e il ghigno quasi diabolico d’un tempo erano stati sostituiti da occhi infossati e spenti, e dallo smarrimento di non essere riconosciuto. Era un dolore tutto suo, quello di un pugile suonato incapace di rialzarsi, col fisico fiaccato dal metadone e lo spettro della solitudine ormai completamente materializzato dentro la sua anima; non aveva più nemmeno i Sex Pistols a fargli compagnia. Dev’essere tremendo sentirsi un altro negli occhi di chi ti osserva. Parlammo brevemente. Mi disse: “Ricordi ***? E’ morto come un cane per strada. Qualcuno gli ha venduto merda. Doveva aspettare me.”
Ci rimasi male. Il tizio che m’aveva proposto di trascinarmi nella sua fogna era morto. Provavo dolore. Nessun senso di pulizia, nessun senso di distacco, solo lo sbigottimento per la perdita di una vita umana che avevo conosciuto. Non feci altre domande, non chiesi cosa sarebbe successo se avesse aspettato. Quella frase mi inquietò, come mi inquietò quello che mi disse dopo.
Stava vivendo quella fase - tremenda - che capita a ogni drogato quando si stacca dal mondo in cui vive per calarsi in mezzo alla vita delle altre persone. Ci si sente dannatamente soli, si viene esclusi da un gruppo, si incontra la difficoltà di trovare un contatto con esseri umani i cui interessi non stanno nell’annullarsi ogni giorno. Cercò un contatto con me, e non ci riuscì. Era la richiesta di un uomo che annaspava, incapace di fare i conti con il proprio passato, incapace di riconoscere che le circostanze che avevano reso possibile una presunta amicizia non sussistevano più. Non so cosa parlò per me. Forse fu la sensazione di distanza che quella persona ormai sconosciuta mi comunicava, forse il fatto che ormai avevo tagliato tutti i ponti con quel passato che avevo semplicemente lambito senza farmi coinvolgere. Un margin walker. Forse - più di tutto - la sensazione che quella persona non avesse per nulla terminato, ma stesse facendo una pausa assistita. Forse fu quella frase che più di tutto mi aveva urtato, “doveva aspettare me”, come se la cosa avesse potuto fare una differenza. Non lo so. Mi sentii colpevole, ma non ho - ancora adesso - risposte.
Ridono e si divertono i bambini sul Brucomela. Altro giro, altra corsa.
Una sera, una delle ultime. La costanza del mio trascinarmi alla ricerca di qualcosa in quel posto era già consunta da tempo. Era circa mezzanotte, salutai le persone con cui ero e mi diressi alla cassa a pagare. Aspettai per circa cinque minuti che arrivasse il gestore, poi mi spazientii. Andai a cercarlo nel cortile interno, era con altre due persone. Una era distesa lunga sul cemento mentre l’altra osservava il gestore mentre spruzzava acqua sul tipo disteso con un tubo da giardino. Mi avvicinai fino a riconoscere il tipo. Dissi semplicemente “Ehi, ma è ***!”. Quando arrivai non ne potevo percepire il respiro, aveva gli occhi a capocchia di spillo puntati verso il cielo, completamente spalancati. Nonostante tutto ciò che mi aveva circondato ero rimasto un ingenuo e non sapevo che il tipo era in overdose. Non sospettavo.
Dopo qualche istante sentii la persona respirare a singhiozzo, come se il respiro gli si strozzasse in gola. Era irregolare, incostante. Il gestore fece qualche domanda all’altro tipo.
- Che ha preso.
- Ha bevuto qualcosa, si è sentito male.
- Tu non me la racconti giusta. E me lo porti qui?
- Non sapevo dove andare.
Io dissi: “Chiamiamo il 118 che *** sta male”. Beata ingenuità. Il gestore rispose con fermezza, anche se gentilmente.
- Se tu chiami il 118 io chiudo.
Inizialmente non fui infastidito da quella frase perché il mio cervello stava ancora pensando alla cazzo di cane, ma c’era qualcosa da fare. “Fai quel che vuoi”, dissi, “ma *** deve essere soccorso. Se non viene qui un’ambulanza me lo carico in macchina e lo porto io all’ospedale. Ma bisogna farlo subito.”
Forse fu la paura che io potessi dire qualcosa di troppo portandolo in ospedale senza saperne nulla o esserne direttamente coinvolto, ma il tipo che non conoscevo a quel punto si propose di portare *** all’ospedale, e fummo tutti d’accordo. Caricammo *** in macchina che ancora annaspava cercando ossigeno e vedemmo sparire l’auto in direzione del centro. La seguii a piedi fuori dal cortile per accertarmi che andasse nella direzione giusta. Più tardi parlai brevemente col gestore mentre lo pagavo. Cercò di rassicurarmi ma non mi sentivo tranquillo. Mentre andavo a casa e il mio coinvolgimento nell’immediatezza della situazione era terminato cominciai a pensare. E se lo scarica in un campo? Se non lo porta in ospedale?
Passai due giorni di preoccupazione leggendo i giornali locali e ascoltando i TG. Avevo già maturato la decisione di andare dai carabinieri se fosse successo qualcosa di brutto, anche magari dovendo sopportare il costo personale di vedermi accusato di omissione di soccorso, o peggio. Perché alla fine dei conti avevo fatto poco o nulla. E comunque avrei preferito dormire male qualche notte in gattabuia piuttosto che non dormire per niente per anni a casa mia.
Dopo quei due giorni mi presentai al locale. Mi furono date immediatamente notizie. Mi dissero che *** stava bene, che gli era stato raccontato quello che era successo e che mi ringraziava. Ero sollevato, ma dissi lo stesso che se fosse successo qualcosa sarei andato a raccontare quel che sapevo, perché una persona non può morire come un cane solo perché nessuno vuole fare qualcosa. Non ricordo la risposta, ma credo che fosse ragionevole. Non tutto va sempre per il verso storto.
Il gestore mi disse che prima che io arrivassi gli aveva fatto un’iniezione di acqua e sale e che questo gli aveva salvato la vita. Trasalii. Rimasi in silenzio. Ancora adesso non so se faccia parte di normali (aberranti) procedure di emergenza per un’overdose da eroina, se si tratti di una balla o se la cosa sia davvero accaduta. Mi colpì come un gesto assurdo, incosciente, e ancora oggi lo penso.
Le mie visite al locale si erano diradate. Qualche mese dopo incontrai il tipo. Quando lo vidi ero felice. Mi baciò sulle guance, mi ringraziò. Mi raccontò che l’altro gli doveva dei soldi, e per compensare gli aveva proposto una spada. Poi, dopo l’intermezzo a cui avevo partecipato, si era risvegliato in ospedale dove gli avevano iniettato un antagonista dell’eroina. Dopo qualche minuto era già in piedi e pronto a ringraziare i dottori e andarsene. Oltre al sollievo provavo un’amarezza fino allora sconosciuta, come quando si assiste impotenti a un tentativo di autodistruzione. Non volevo prendere parte allo spettacolo, nemmeno come spettatore.
Le cose in quel posto degenerarono velocemente. Ricordo che ci fu una specie di cambio di gestione, anche se non vero e proprio. Uno dei soci, una persona per bene, mollò; venne per un breve periodo un altro tipo dedito al disfacimento alcolico proprio e degli altri. Una sera litigai dopo essere stato trattato malissimo da quel tipo e strappai la tessera di fronte agli occhi di tutti. Fu l’ultima mia sera lì dentro con quella gestione. Fui dichiarato persona non gradita dall’altro gestore che aveva preso lo strappo della tessera come un atto di lesa maestà. Non ebbi nemmeno il tempo di pentirmi o pensarci che il gestore si disfò del ciarpame contenuto in quel locale affibbiandolo ad altre persone che con certe storie non volevano avere a che fare. Ci andai ancora qualche volta ma l’atmosfera magica degli esordi, ben più puliti di quanto ho descritto qui, era andata perduta; i frequentatori storici - me incluso - avevano ormai abbandonato la barca, già consumata fino in fondo da troppi topi. Il rock era morto e le poche persone che avevano vissuto quel posto con tutto il loro cuore (e fegato) s’erano impegnate in altro o s’erano disperse in altri luoghi, o s’erano semplicemente perdute per strada.
Io navigai ancora per qualche mese in un altro viaggio al termine della notte che aveva sostituito il precedente. Non c’erano più persone sbronze che pisciavano sulla riga di mezzeria d’una statale, ma non mancavano i casi umani. Se io fossi tra quelli, non lo so. So soltanto che a differenza di altri viaggiatori guardandomi indietro non provo alcun senso di perdita, non vedo il tempo inghiottito nel nulla, non provo rimorso per quello che ho fatto né rimpianto per quello che non ho fatto in quegli anni e non ho perso nulla delle mie emozioni, che non considero diverse da quelle di un tempo; e sono l’unica cosa che conta quando la notte è finita.