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Archivi per la categoria ‘Segnaletica’

st petersburg calling

Giovedì, 25 Giugno 2009

Mi riferiscono che andare in Russia con giacche a cui manca l’asola per appenderle è peggio che pestare un poliziotto. Mai sfidare una guardarobiera russa. Piuttosto è meglio sfidare una farmacista italiana che quando gli chiedi qualcosa per il mal d’aria (non si sa mai) ti propone un prodotto contro l’aerofagia. La prossima volta chiedo direttamente il Travelgum.

Mi assento per circa una settimana, adesso vado a preparare la valigia. A presto.

Noteboek

Lunedì, 27 Aprile 2009

Le bugie dei pescatori

Domenica, 26 Aprile 2009

Canto per te che mi vieni a sentire,
suono per te che non mi vuoi capire,
rido per te che non sai sognare,
suono per te che non mi vuoi capire.

Area, Gioia e Rivoluzione

Chiunque ami la musica pensa che almeno un disco gli abbia cambiato la vita.

Fish Story propone una risposta a una domanda che appare maggiormente ambiziosa e ingenua: può una canzone salvare il mondo?

La risposta è indiretta, come si conviene ad una pellicola immersa in una filosofia Zen ben nascosta da una narrazione apparentemente leggera e divertente. Fish Story è un film che qualunque appassionato di musica dovrebbe vedere. Potrei parlarne per ore, come potrei parlare per ore di Closer dei Joy Division o di tanti altri dischi che ho amato alla follia. Perché Fish Story, prima ancora di vivere come storia scarsamente credibile se analizzata sotto l’aspetto del realismo, vive l’incanto del Rock, delle sue illusioni e delle sue delusioni per creare uno splendido omaggio alla musica intesa come sentimento scevro da compromessi con il pane quotidiano. Fish Story parla di persone pure che credono in qualcosa: è una storia troppo incasinata per poter essere osservata esclusivamente con occhi da bambino, ma solo possedendo anche quello sguardo si possono apprezzare appieno la magia e la commozione che pervadono una storia inverosimile fin dal titolo. Il suo messaggio reale è più profondo di quanto immediatamente apparente: è spiritually direct, come direbbero i Fugazi, affinché ognuno possa decidere, dentro di sè, quale può essere il potere di una canzone.

Troppo reggae fa male

Martedì, 9 Dicembre 2008

Ringrazio Nick (il quale declina ogni responsabilità per l’accaduto) per le risate di venerdì sera. Il signor M. mi attende, ma non prima di aver postato i cinque minuti di radio che hanno allietato la serata mia e di qualcun altro.

More Music!

Giovedì, 2 Ottobre 2008

Tullio è sempre lì, sempre al fronte, ancora per quest’anno e spero per altri. La sua passione sconfinata per la musica lo porta ad organizzare un festival pazzesco, basato su pochi soldi e tanta volontà, e tutto il suo entusiasmo. Tanti episodi me lo ricordano come presenza importante - seppure del tutto discontinua - nella mia vita. Momenti privati, come la finale di calcio dei mondiali vista a casa di L.R. o un’abbuffata di cozze a Lignano assieme a due amici, uno dei quali è The Animal, che un mese dopo mi chiede di cercare informazioni su un tipo che vorrebbe intervistare, che ha pubblicato un disco di danze resiane patrocinato da John Zorn, con me che non so se ridere o piangere quando gli dico che lo conosce già e ci ha cenato pure insieme, con quel tipo…

Tullio Angelini è una persona preziosa, che si sbatte per mesi per il suo All Frontiers. L’ultima volta l’ho incontrato alla Postaja Topolove e abbiamo parlato di varie cose, fra cui la scarsa propensione delle attuali amministrazioni locali ad aprire i cordoni della borsa per finanziare la cultura e del conseguente rischio concreto di veder sparire manifestazioni storiche come il Folkest o il No Borders, di veder partire il Rototom Sunsplash per altri lidi, forse addirittura il Far East Film. Più di tutto mi dispiacerebbe per quel festival frequentato da giganti del jazz e della contemporanea, che mi ha dato il privilegio di assistere a performance indimenticabili come quelle di Evan Parker, Charlemagne Palestine e di Peter Brötzmann, per fare soltanto tre nomi. Perché l’All Frontiers si tiene in una piccola saletta di un piccolo paese stipata in ogni ordine di posto, e perché Tullio fa tutto questo senza chiedere un Euro agli spettatori. Lo fa mettendoci tutta l’anima, un sacco di tempo e anche soldi suoi, perché non è un professionista della musica, non ci campa, non tiene per sè nulla, dà tutto quello che può. Lo fa con la scaramanzia di chi non parla del programma fino a quando tutto non è perfettamente sicuro, con l’orgoglio di chi riesce a mettere in piedi un cartellone che sarebbe invidiabile per un festival d’una grande città, cercando di portare artisti sempre diversi e tutti con un evento unico in Italia, proponendo cose che normalmente stanno ai margini dell’ascoltato. Tutto, soltanto, per amore della musica.

Amen

Sabato, 23 Agosto 2008

La sezione Varie ed eventuali si arricchisce di un racconto brevissimo, Remissione dei peccati. E’ molto vecchio. Lo pubblico nella sua forma originale perché non ho intenzione di revisionare ciò che per me ha valore soprattutto di testimonianza.

Looking Straight In The Eyes

Mercoledì, 25 Giugno 2008

Che strano il lavoro in questi giorni, di una stranezza a cui mi sto abituando e che mi piace.
Da quando sono tornato dalle mie miniferie non ho più voglia di assecondare i colleghi. Se mi chiedono una mano li aiuto, come sempre. Ma solo se è nelle mie competenze, solo se non ho cose più importanti da fare. E’ strano anche il loro modo di trattarmi, del tutto nuovo. Anche prima ero rispettato, ma adesso, come dire, fanno più attenzione ai miei calli evitando di pestarli, anche perché chi lo ha fatto negli ultimi giorni ha notato una certa scarsa disposizione da parte mia, espressa con modi e metodi che in passato non mi erano propri, e che sembrano fare una certa impressione.

Oggi ho riordinato completamente la mia scrivania levando la totalità dei documenti personali, buttando via un sacco di carte che non appartenevano a me, o che mi appartenevano ma erano ormai inutili. Fra le cose più preziose ho salvato il quadernetto in cui M. F., collega che adoravo e a cui ho insegnato tutto quel che sapevo (per poi vedere con piacere che l’allievo superava il maestro e sceglieva la sua strada) ha scritto i suoi primi appunti sulle cose che imparava giorno per giorno. Fra qualche giorno lo chiamerò per rivederlo e per bere una birra assieme e glielo consegnerò, se lo vuole.
Ci ho messo sei ore e mezza a riordinare, e non esiste più la confusione tra lavoro e vita privata di un tempo. Nessuno mi ha chiesto perché, forse pensano che io voglia compiacere il titolare che torna domani dalle ferie, che si è sempre giustamente lamentato per il mio disordine. Se mi avessero chiesto i motivi del mio operato, avrei risposto che si trattava di questioni - più che lavorative - personali, e quindi sarei stato zitto. Oppure, se me lo avessero chiesto le persone giuste, avrei risposto dicendo la verità: non voglio metterci più di due minuti a raccattare le mie cose casomai dovessi decidere di uscire dalla porta e non tornare mai più. Non che abbia intenzione di farlo, almeno non a breve, ma è bello pensare di potersene andare dal proprio posto di lavoro con tutto in ordine, correttamente documentato e senza pendenze di alcun tipo. Quando e se me ne andrò non ci sarà alcun passaggio delle consegne perché saranno tutte già documentate e passate giorno per giorno a chi di competenza, come è giusto che sia: un posto di lavoro non è un rifugio, non è l’estensione di casa propria, e non è nemmeno una certezza o una comodità di cui ho bisogno. Soprattutto, non ho paura di perderlo o di lasciarlo e di mettermi a fare qualcos’altro, magari di completamente diverso.
Questo è il primo e ultimo post che ho intenzione di fare sul mio lavoro. Credo che sia anche l’ultimo, su questo blog, in cui affronto questioni di natura strettamente intima. Ciò che verrà sarà diverso, ma non per questo meno mio, o meno vero.

Q: Are we not men?

Martedì, 7 Marzo 2006

La risposta è quella di sempre: We are Devo. La segnalazione del video di Jihad Jerry and the Evildoers è doverosa, pur se tardiva (via Flabber).