Che strano il lavoro in questi giorni, di una stranezza a cui mi sto abituando e che mi piace.
Da quando sono tornato dalle mie miniferie non ho più voglia di assecondare i colleghi. Se mi chiedono una mano li aiuto, come sempre. Ma solo se è nelle mie competenze, solo se non ho cose più importanti da fare. E’ strano anche il loro modo di trattarmi, del tutto nuovo. Anche prima ero rispettato, ma adesso, come dire, fanno più attenzione ai miei calli evitando di pestarli, anche perché chi lo ha fatto negli ultimi giorni ha notato una certa scarsa disposizione da parte mia, espressa con modi e metodi che in passato non mi erano propri, e che sembrano fare una certa impressione.
Oggi ho riordinato completamente la mia scrivania levando la totalità dei documenti personali, buttando via un sacco di carte che non appartenevano a me, o che mi appartenevano ma erano ormai inutili. Fra le cose più preziose ho salvato il quadernetto in cui M. F., collega che adoravo e a cui ho insegnato tutto quel che sapevo (per poi vedere con piacere che l’allievo superava il maestro e sceglieva la sua strada) ha scritto i suoi primi appunti sulle cose che imparava giorno per giorno. Fra qualche giorno lo chiamerò per rivederlo e per bere una birra assieme e glielo consegnerò, se lo vuole.
Ci ho messo sei ore e mezza a riordinare, e non esiste più la confusione tra lavoro e vita privata di un tempo. Nessuno mi ha chiesto perché, forse pensano che io voglia compiacere il titolare che torna domani dalle ferie, che si è sempre giustamente lamentato per il mio disordine. Se mi avessero chiesto i motivi del mio operato, avrei risposto che si trattava di questioni - più che lavorative - personali, e quindi sarei stato zitto. Oppure, se me lo avessero chiesto le persone giuste, avrei risposto dicendo la verità: non voglio metterci più di due minuti a raccattare le mie cose casomai dovessi decidere di uscire dalla porta e non tornare mai più. Non che abbia intenzione di farlo, almeno non a breve, ma è bello pensare di potersene andare dal proprio posto di lavoro con tutto in ordine, correttamente documentato e senza pendenze di alcun tipo. Quando e se me ne andrò non ci sarà alcun passaggio delle consegne perché saranno tutte già documentate e passate giorno per giorno a chi di competenza, come è giusto che sia: un posto di lavoro non è un rifugio, non è l’estensione di casa propria, e non è nemmeno una certezza o una comodità di cui ho bisogno. Soprattutto, non ho paura di perderlo o di lasciarlo e di mettermi a fare qualcos’altro, magari di completamente diverso.
Questo è il primo e ultimo post che ho intenzione di fare sul mio lavoro. Credo che sia anche l’ultimo, su questo blog, in cui affronto questioni di natura strettamente intima. Ciò che verrà sarà diverso, ma non per questo meno mio, o meno vero.