Amico mio meraviglioso,
tu che sai chi sei, tu che sai chi sono meglio di tanti altri, compagno delle tante risate con cui ci difendiamo dalle ricche miserie degli uomini perché niente è come sembra, tu che conosci il mio solo inferno, è difficile dirti quel che penso, quel che provo, perché sono sempre le stesse cose, e cioè che non ti capisco. Non capisco il silenzio in cui ti chiudi nella speranza di un’improbabile illuminazione, nell’attesa di capire ciò che non si può capire, ma soltanto sentire. Qualche giorno fa sono passato da te mezzo sbronzo e t’ho aggredito con verità che forse solo i miei occhi vedono, che forse solo i tuoi occhi non riescono a vedere, t’ho visto gettato sul divano trincerato dietro ai tuoi “Lo so”, come se il sapere facesse una differenza. Qui, amico mio, c’è ben poco da sapere. Il resto, riassumibile con la parola amore, lo sai già. Quel poco che manca si chiama coraggio, o paura, che diversamente da quel che dice Zekkini non sempre è la migliore amica dell’uomo.
Ricordo che qualche giorno fa mi dicesti che la coscienza delle scarpe troppo strette d’uno splendido amico comune t’aveva dato una botta, t’aveva invitato al risveglio. Ricordo ancora il capodanno passato con te, con i tuoi desideri, come tu l’hai passato con i miei. Dimmi, cosa chiedono quei desideri, se non felicità? Sei proprio sicuro di non averla a portata di mano? Cosa ti spaventa, la perfidia di un attimo di sconforto che ti vede - ancora una volta - impaurito? Dov’è la sicurezza di qualche giorno fa? Non posso, non voglio credere che basti così poco a ferirti. Nessuno lo vuole credere, come nessuno crede che quelli saranno momenti che svaniranno per magia. Capiteranno ancora, se farai determinate scelte. Se invece ne farai altre rimarrà soltanto il rimpianto di ciò che era e non è più, di ciò che avrebbe potuto essere e non sarà. Perché c’è ancora - e molto più di quanto tu pensi - chi crede in te, e ci crede oltre ogni possibile evidenza, oltre ogni possibile errore del passato, pure con il suo carico di conseguenze. Poco importa che una richiesta di rassicurazione giunga in un modo che ti ferisce oltre ciò che dovrebbe: ciò che conta davvero è la risposta che giace sul fondo del tuo cuore, e che tu soltanto conosci nella sua interezza. Sarebbe bastata soltanto quella risposta, e il dolore sarebbe svanito.
Ieri, un’altra piccola voragine. Cos’è che ti spaventa, sapere che qualcuno aveva investito su di te? Che ti ama al punto di pungolarti con metodi discutibili, ma pensa solo di farlo per il tuo bene, ed è davvero per il tuo bene? E’ davvero questo che ti spaventa, o è quel che pensi di non poter dare? Quel che pensi di non poter dire, quel che non dici? Ti conosco come una persona estremamente generosa e tollerante; arguta, gioiosa, con quell’amore per il grottesco che aiuta a ridere e vivere nei momenti più bui. E’ un amore che condividi con qualcuno di prezioso, per il quale nutro un’ammirazione e un rispetto che non sono secondi a quelli che provo per te. Una persona come quella - come del resto te - non nasce ogni minuto, e sprecarla per torpore e paura è da incoscienti. E sia chiaro, non penso di sapere tutto, conoscere tutto: quello lo conosci te, e solo in base a quello potrai decidere. Ma come t’ho già detto ieri, non vivi su una nuvola: ciò che fai si riflette indissolubilmente su chi ti circonda, come ciò che non fai. Se ciò che non fai vive soltanto nella paura dell’irrecuperabile, combatti. Riprendi il futuro nelle tue mani.