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nel boschetto dell’altrui fantasia

Giovedì, 18 Giugno 2009

Le emozioni a quanto pare non mancano, le preoccupazioni neppure, e neanche le telefonate che ti gelano il sangue alle undici di sera, quando stai chiacchierando amabilmente di progetti musicali presenti e futuri. Mamma bene, per fortuna. Non sbarella, non rompe e continua a rimanere la persona d’oro che è stata per tutta la sua vita.

Principi contrastanti, ti dici. Ogni volta che capita. Se rispettare la volontà altrui - anche quella di farsi del male - o impedire che qualcosa avvenga per via di una momentanea perdita di lucidità. Partecipare, scegliere per qualcun altro, levargli una fondamentale libertà di scelta. Ma succede che ogni volta il comportamento è lo stesso. Che ai principi contrastanti pensi sempre dopo. Che le scelte che hai fatto non sono mai state violente. Che le immagini che hai davanti ti siano chiare soltanto a posteriori nella loro tragicità, che non aver visto qualcosa nell’immediato ti aiuti a mantenere la calma. Per fortuna. Non potrai mai sapere come sarebbe andata se soltanto avessi saputo. Speri di non doverlo sapere in futuro. Ma che se anche capitasse farai quel che senti di poter fare, dover fare, senza che nessuno si faccia male. O almeno lo speri.

Assistere all’autodistruzione altrui è sempre un enorme dispiacere. Non puoi far finta di non vedere, anche quando vorresti. Non puoi far finta di poterci fare qualcosa, anche quando vorresti. Non puoi far finta di non poterci fare qualcosa. Mi piacerebbe solo che certe persone si accorgessero del dolore che portano in famiglia, della preoccupazione che spandono a piene mani tra gli amici, che possono anche correre, ma che quando si accorgono che sei in ottime mani non possono fare altro che cercare di calmarti e lasciarti a coloro che più ti amano, che usano parole gentili, comprensive, che hanno un quadro perfetto della situazione.  Che sanno che non stai bene, che è tutto dentro di te, e che soltanto tu hai la soluzione. Se soltanto smettessi di fuggire.

If you ask me, I’ll be there for you, but it’s up to you from here…

la voce

Domenica, 14 Giugno 2009

1979 il concertoDiènimol mi lascia solo per qualche minuto in una stanza in cui sono entrato un paio di volte. Quando guardo quella parete e mi accorgo di quella locandina mi manca il respiro e le parole mi si fermano in gola, come se il cuore per un istante smettesse di battere. Esiste solo quella locandina alta un metro che si staglia contro una parete blu intenso. Quella parete incornicia un cuore di carta appallottolata. Poi, passato lo shock iniziale, ti guardi attorno e vedi gli strumenti, una piccola parte della collezione di Diènimol, unico individuo adulto al mondo capace ancora di stupirsi di fronte ad un Do maggiore. Vedi la batteria con i piatti sbrecciati, consumati, e sai per esperienza che anche le imperfezioni di quella roba teoricamente da buttare (in realtà soltanto profondamente vissuta) sono servite e servono a generare suono, musica; servono a rinnovare lo stupore. Vedi lo splendido harmonium austriaco del 1907 con il suo mantice a pedali; vedi l’harmonium indiano e un lamierone enorme che diventa un gong impazzito o un’unghia di metallo a seconda di come lo suoni. Il resto è nell’altra stanza o a casa mia, dove parte di quel tesoro viene trasferito per trasportare e trasformare in un tentativo fisico il mondo di suono che vive dentro di noi. Un tentativo fallito in partenza, a mio parere, ma si tratta di un dolce fallire.
Ma quel cuore, quel cuore. Attorno a quel cuore tutto inizia ad avere un senso, un sentimento: lo spring drum inventato da Trilok Gurtu, i glockenspiel, i dinosauri di pezza che emettono suoni elettronici sgranati e molesti, l’Access Virus, il computer, l’hard disk recorder, il violino, la chitarra e il basso, i flauti e gli aggeggi, i pezzi del Meccano. Un’associazione culturale chiamata Metrodora e una collezione sterminata di dischi, il silenzio d’una grotta in cui cadono gocce d’acqua, la campana distante d’una chiesa di montagna che sfalda progressivamente le sue onde nella valle fino al compimento della lenta morte d’una risonanza, che ti lascia soltanto il ricordo e il fruscio del vento tra le fronde degli alberi. Tutto ruota attorno a quel cuore, tutto nasce e acquista profondità dentro quel cuore, anche i tentativi falliti.

1979 il concerto, cuore, particolareQuando Diènimol rientra nella stanza gli chiedo come abbia avuto quella locandina. Mi riferisce che l’ha comprata anni addietro ad un mercato dell’usato pagandola due lire. I trent’anni passati da quel giorno la rendono vissuta, imperfetta, meravigliosa. Diènimol mi parla di quel cuore, di quella pagina con la classifica di TV Sorrisi e Canzoni appallottolata. Al quinto posto dei singoli spunta Grease. “Quel concerto”, mi dice, “era una cosa fatta col cuore. Le classifiche quel giorno lì non contavano, erano carta straccia. E quel manifesto mi ricorda una pugnalata al cuore.”

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Sabato, 13 Giugno 2009

Càpita.

Lunedì, 8 Giugno 2009

“La rabbia è scomparsa, non ho altro che amore oggi per mio padre. Se potesse venire ed entrare nella mia stanza oggi lo abbraccerei e piangerei con lui”.

Julian Lennon

Parole semplici che non dimenticano la storia. Crederci o non crederci è una scelta personale. Ma sono cose che capitano e lo so per certo, non per sentito dire.

Capita di svegliarsi un giorno e non provare più rabbia. Capita di non sentirsi più la vittima di qualcosa di terribilmente ingiusto. Capita di non sentirsi più spossessati. Capita di vedere svanire le immagini ricorrenti più cupe che parlano di una vendetta impossibile, soltanto inconsciamente voluta: una vendetta che non avrà mai luogo, lacerandoti dentro.

Capita che i pensieri del passato ti abbandonino, che la miseria umana degli altri non ti ferisca più profondamente, che ieri sia ieri e che oggi sia oggi, e che finalmente domani possa essere un giorno ancora da scrivere. Capita così, in maniera naturale, non sai nemmeno perché; nemmeno te ne accorgi subito perché le cattive compagnie del passato non ti mancano, e il loro ricordo è soltanto la constatazione dell’assenza di qualcosa che consideravi erroneamente una forza propulsiva, ma che in realtà ti stava consumando; e capita che quell’assenza ti stupisca benevolmente per un attimo quando ne prendi coscienza per la prima volta, così, incidentalmente, apparentemente per caso, perché hai smesso di pensarci sempre e non hai realizzato che la rabbia nemmeno ti manca.

E ti accorgi che, perduta la rabbia, ti rimane la bellezza che ti appartiene.

Judgement Day’s Not Coming Soon Enough

Giovedì, 4 Giugno 2009

Incongruenze inquietanti, che quantomeno fanno riflettere.
“Mi pareva che…”, e conclude la sua frase segnalando la separazione netta tra quello che gli dicono gli occhi e quel che gli ricorda la memoria. Informazioni che non coincidono. Io lo guardo e sorrido. Lui mi guarda a sua volta intuendo i miei pensieri, e l’espressione neutra sul suo volto improvvisamente inaridisce nelle secche del sospetto. Fortunatamente, non su di me. Non ce n’è il motivo.
“So cosa stai pensando”. Il mio sorriso non si muove di un millimetro.
“Sto solo ipotizzando”, rispondo, “del resto sai anche tu quale potrebbe essere l’ipotesi maggiormente plausibile.”
Mette in piedi una scenetta facendo finta di andarsene. Ma resta, e gli chiedo cosa starei pensando secondo lui. Indovinando.
“Non era mica difficile”, lo prendo in giro. Ma sotto sotto sono contento per lui. Dimostra di avere cervello, una visione chiara delle cose, l’onestà innata delle persone perbene; e la coscienza di chi sa che darsi un’occhiata alle spalle ogni tanto può aiutare a sopravvivere, di questi tempi.

Giovedì, 21 Maggio 2009

Non so se voglio gridare al mondo l’amore che provo, credo che tutto sommato non ce ne sia bisogno. Vivo la strana tranquillità di chi pensa di fare quel che può, e la strana inquietudine di chi sa che quel che può non può essere abbastanza.

Però, come dissi un tempo, voglio gridare al mondo tutto il mio amore per gli avverbi, che poi sono piccole cose; e nelle piccole cose mi sono sempre ritrovato.

The High Cost of Living

Martedì, 19 Maggio 2009

Si dice che la speranza sia l’ultima a morire, ed è parzialmente vero. Quando muore la speranza - almeno, un certo tipo di speranza - muore anche l’amore, almeno un certo tipo di amore. Ci si rassegna di fronte all’impossibilità di farsi comprendere. Ciò che era universale e totalizzante all’improvviso diventa soltanto un crepaccio buio dal quale non esiste speranza di risalita. La morte della speranza, la morte dell’amore diventano anche la morte di un individuo, una morte civile in cui ci si adagia poiché tutto ciò che un tempo aveva significato e parola ormai è consegnato al ricordo di qualcosa che non è più, cristallizzato in un’icona del passato, fotografia vitale che ricorda i magnifici momenti che non potranno mai più tornare, aumentando il dolore.
La madre di un mio carissimo amico è morta recentemente. Non posso né voglio riferire qui di tutti i dialoghi belli e a volte terribili che abbiamo condiviso in questi giorni, che sono consegnati ad una sfera intima nella quale sono racchiusi come preziosi. Mi accompagneranno per tutta la vita, come i volti delle persone che hanno lasciato un segno nel mio cuore. Un ricordo, però, lo posso condividere. Questo mio amico si stupiva delle sue reazioni, credeva che vivere un lutto così tragico fosse differente, come se una cosa del genere si potesse sfogare in un breve periodo di tempo. La verità, come dice Adone, è che certi pensieri non ti abbandonano mai: magari ci pensi soltanto per trenta secondi o anche meno, ma non esiste giorno della tua vita in cui tu non ti ricordi dell’assenza di qualcuno che hai amato.
A questo mio amico ho dato un solo suggerimento, quello di evitare di chiudersi in sè stesso per sfuggire al dolore. “Non se ne esce più?”, mi ha chiesto.
“Se ne può uscire”, gli ho risposto, “ma quando vedi le cose che hai perduto e le persone che hai ferito fa malissimo.”
Già, fa malissimo. Ma il prezzo da pagare, per quanto alto, è quanto serve per tornare a vivere. Perché chiunque sia stato spossessato di qualcosa di enorme prima o poi subisce il trauma della paura del rinnovo del fallimento, del rinnovo del dolore. Ma chiunque non ne esca è destinato a non vivere e ad allontanare ogni anima che cerca un contatto profondo, partecipato, relegandosi ad una vita quasi puramente funzionale, priva di grandi dolori, ma anche priva di grandi gioie.

The Truth

Martedì, 19 Maggio 2009

Non scordate mai che ogni giorno, ogni momento è quello giusto per inventare il futuro che si vuole. La morte è il finale di ogni storia. Tutti dobbiamo morire prima o poi. Quindi, una volta accettato questo, il problema si sposta sulla qualità della vita.

Michael J. Fox

Karmacoma

Lunedì, 27 Aprile 2009

Karma. E’ un modo come un altro per dire che il male che fai ti si ripercuote addosso e che il male che ricevi - volontariamente o involontariamente - verrà compensato da altrettanto bene. E’ una regola che parla di un equilibrio imperscrutabile, la cui applicazione non termina con la fine di una semplice vita. Non so se credo nel Karma, penso di no. Sicuramente mi piacerebbe che esistesse, ma avendone la certezza cesserebbe buona parte della poesia, che sta appunto nell’abbandonarsi al credere, e con essa svanirebbe anche il favore degli dei.

Nome fittizio: Adone. Non è proprio una bellezza ma chi se ne frega. Non lo chiamo così per prenderlo per il culo. Lo chiamo così perché chi sa già fa due più due e arriva a capire di chi si tratta. Per gli altri niente paura, è poco importante ai fini del racconto.

Dunque, Adone. E’ un buon tipo, piuttosto bizzarro, il che lo mette perfettamente nella media delle persone che conosco. Adone ha braccia grosse da fabbro e una naturale tendenza alle ossessioni a medio termine, poi rimpiazzate da altre ossessioni di natura completamente diversa. E’ innocuo, provocare volontariamente dolore non fa parte del suo DNA. Un tempo aveva un’azienda ben avviata che faceva intelaiature in ferro, gabbie per costruzioni. Aveva parecchio da fare e una squadra di squinternati alle sue dipendenze, che per quanto malmessi potevano sembrare lavoravano parecchio bene. Adone ha sempre sgobbato, sempre. La fatica non lo spaventa neppure adesso che l’età avanza. Adone aveva un socio di cui si fidava ciecamente, e come si può intuire in ogni storia facile e lineare, avrebbe fatto meglio a non fidarsi. Il tipo fuggì portandosi dietro i soldi, lasciando Adone alle prese con un’azienda piena di contributi e tasse non pagate (anche nel passato). Adone era nella merda, l’azienda fallì e a lui non restò altro che maledire il socio bastardo.

Passò qualche anno. Adone lavorava in fabbrica tentando di rimettere in piedi quel che rimaneva della sua vita messa in croce dalla cattiveria altrui. Si barcamenava. Un giorno qualunque stava leggendo il giornale al bar, e improvvisamente l’ordinaria amministrazione del chiacchiericcio di fondo venne squassata dalle sue urla di giubilo, da tifo calcistico. Adone era contento. Aveva appena letto che il tipo era stato pitturato da un TIR mentre usciva da un locale in Germania (credo) con un paio di prostitute. Risultato: tre morti. Quello non fu più un giorno qualunque.

Si dice che le vie del Signore siano infinite; chissà, magari quelle del Karma sono imperscrutabili e profondamente bastarde. Se lo vedete passare dalle vostre parti, speditelo qui da me: vorrei farci una lunga chiacchierata molto tranquilla, e se possibile farci qualche risata insieme. Eviterei in ogni caso le domande personali e lo lascerei lavorare in santa pace su di me, poiché a questo mondo è più facile sentirsi a credito che non in debito. E’ per questo motivo, probabilmente, che Dio nacque nella mente dell’uomo.

P.S.: M. suggerisce Karmageddon come titolo. Superbamente agghiacciante.

In Your Shoes

Martedì, 21 Aprile 2009

Guardi le scarpe degli altri sapendo che nascondono e raccontano un cammino. Ti poni mille domande, analizzi dinamiche, investighi le ipotesi a tua disposizione per ricostruire una possibile storia. Senza informazioni non saprai mai se quelle scarpe siano comode o meno. Puoi soltanto presumere: se sei fortunato qualcuno ti racconterà una piccola scheggia di vissuto che sfugge al silenzio. Se sei sfortunato sarai condannato a subire un silenzio che ti lascia preda delle ipotesi.

Se saprai ascoltare il silenzio forse capirai, e capirai anche che lì dietro si agitano irrequieti i perché delle cose non dette.

Comunque vada, sia nel dominio del silenzio, sia nel privilegio della parola, puoi solo aspirare a soffrire come puoi soffrire, gioire come puoi gioire; e sperare di camminare accanto a quelle scarpe e conoscerne i passi, però non le potrai mai indossare. Le scarpe degli altri sono sempre irraggiungibili.

(foto scattate a Corno di Rosazzo il 23/03/2009)