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Archivi per la categoria ‘Lebensarten’

So Long Ian

Martedì, 18 Maggio 2010

I Miss You

Interrompo il mio silenzio in una data davvero importante.

(E avrei molte spiegazioni da dare riguardo alla mia assenza, ma non è ancora tempo, e probabilmente non lo sarà ancora per un bel po’.

Chi mi sta vicino vede, conosce e comprende. Quando la mia anima avrà davvero conquistato il silenzio a cui ambisco potrò tornare a parlare, da uomo libero, spero. Per il momento, Disconnected.)

People

Lunedì, 28 Settembre 2009

Domenica, 13 Settembre 2009

Non sono d’accordo con la risposta che dà Will Oldham in questo suo capolavoro, anche se lo capisco benissimo, ma ciò che per lui è simbiosi per me è solo rapporto parassitico. Fairly just inseparable, dice. Non voglio pensarlo nemmeno lontanamente, e non si tratta di negazione: è l’esatto contrario. E’ il riconoscimento di un’incomprensibile furia distruttiva che ti vive dentro, che non può e non deve essere semplicemente controllata.

La sindrome del maschio alfa/2

Sabato, 1 Agosto 2009

Preso da una botta di amarcord mi metto a cercare. Era un peccato perdere questo filmato a firma Santa Maria Video, alias GiPi. Il filmato è ancora reperibile tramite la memoria storica dell’Internet globale, www.archive.org. Internet non dimentica, o almeno, non dimentica tutto.

Il capo del gruppo - Santa Maria Video - 1′04″ (formato mov)

c’era una volta

Venerdì, 31 Luglio 2009

L’esclusività della sofferenza

Sabato, 25 Luglio 2009

E se dovessi dire qualcosa a un amico che soffre (tu che sai che la gente è così, e invece non è così), direi che ci sono persone che stanno semplicemente cercando di vivere, e non è che non ci si caghi sotto, che non si abbia paura, che non si facciano errori o che non si sia coscienti dei rischi.

Si fanno tentativi meravigliosi e irrinunciabili; ma sono pur sempre tentativi, capolavori mancati, libri falliti in partenza anche quando sono bellissimi, esperimenti che vuoi che segnino e formino un’intera esistenza trasformandola in vita. Come possa andare a finire, non si sa. Quel che sappiamo per certo, invece, è insito nella nostra necessità di misurare per vivere. E che un giorno smetteremo di misurare.

Ciò che non è accettabile è il non vivere per paura di fallire; perché tanto si sa come va a finire; perché si è predestinati all’infelicità; perché la sofferenza e la gioia degli altri, di fronte ad una nostra cronica incapacità di sopportare la sofferenza reale o potenziale, diventa merda. E allora si alza la posta, si battono i pugni, si scommette e si perde, perché si può essere disposti a sopportare la sofferenza delle persone che ami, e può - addirittura - non essere un sacrificio, bensì qualcosa che ti riempie di gioia, ma non quando la propria sofferenza diventa un metodo per ricattare gli altri ed estorcergli una cura impossibile per le proprie paure.

Io non posso curarti, amico mio. Si salva soltanto chi, nel fondo del proprio cuore, desidera essere salvato e accetta una mano. Ma quella mano può scrivere una correzione, dare un piccolo suggerimento, nulla più. Non può passare un intero compito in classe. Perché quella è la tua vita, non la mia. Riprendila nelle tue mani. Non affidarla alla gente, perché la gente non esiste.

(Soundtrack: VNV Nation - Chrome)

La sindrome del maschio alfa/1

Sabato, 25 Luglio 2009

(Colonna sonora ipotetica: Nomeasno - Victory. Se solo non fosse così intensa da schiantare ogni possibile post.)

Una settimana fa, al bar.

Un tipo sui cinquanta, con la faccia di chi la sa lunga. Un ragazzetto sui venticinque, magro, aria furbetta. Un altro tipo giovane, leggermente scottato dal sole, con una maglia tipo Lone Wolf, o cazzate del genere. Capelli biondo-rossicci, un metro e novantacinque d’altezza. Scarpe grosse, sguardo rigorosamente piantato verso un orizzonte che non esiste, che vede soltanto lui. il solo petto è già un armadio a due ante. Potrebbe sollevarmi con tre dita e un avambraccio.

“Lo vuoi vedere un campione italiano di boxe?”, dice il tipo con la faccia di chi la sa lunga, rivolgendosi al barman. Sorride come gatto Silvestro quando sogna di mangiarsi Titti. Dice un luogo, un giorno, un’ora. Il barman guarda l’armadio a due ante. “Sei campione italiano di boxe?”

L’orizzonte dell’armadio non si sposta di un millimetro nemmeno mentre guarda - teoricamente - il barman. Ma i suoi occhi gli passano attraverso come se fosse trasparente, come se l’altrove fosse l’unico luogo in cui è possibile guardare, come se il qui e l’ora non esistessero. “Lo diventerò”, dice soltanto.  Il suo sguardo continua a vedere cose che sono precluse a chiunque, forse anche a lui stesso.

“Pesi massimi?”

“Supermassimi.”

Altrove, in un altro bar, ci dev’essere un altro armadio con lo stesso sguardo, la stessa convinzione, lo stesso sogno, lo stesso bisogno, la stessa solitudine.

Finiscono la colazione, pagano, si sistemano su un camioncino, partono verso il lavoro di ogni giorno, un lavoro da scarpe grosse.

Altrove, ripenso, un altro armadio, stessa necessaria convinzione, stessa solitudine. Uno dei due non resterà in piedi; oppure, se ci resterà, abbasserà gli occhi al terreno. E mentre guardo il camioncino che si allontana penso che - comunque vada - ho già visto lo sguardo della sconfitta, e non mi è piaciuto.

le cose di sempre

Giovedì, 16 Luglio 2009

Quel che sono non cambia, come certe cose che amo.

Sarà terribilmente fuori stagione e in contrasto netto con l’afa e le zanzare, un po’ come i Righeira che cantano Vamos a la Playa a Capodanno in piazza Primo Maggio; ma Siberia resta Siberia, come le cose di sempre. Come queste cose di sempre. Però oggi devo proprio mettere un po’ a posto, o almeno lavare i bicchieri.

waiting room

Mercoledì, 15 Luglio 2009

Aggiornamento dell’una del pomeriggio:  пиздец. Non proprio, perché è tutto tranquillo. Però, però. Sai già.

verdammte deutscher

Martedì, 7 Luglio 2009

BSOD

I tedeschi (non tutti per fortuna) prima ancora di dire mamma come gli italiani imparano a dire Verboten, ma se sono all’estero la dimenticano in fretta per poi reimpararla all’istante quando rientrano nella Vaterland (mi raccomando, da non pronunciare correttamente). Chi ha avuto a che fare - come me - con software di origine tedesca ne sa qualcosa: appena devi fare qualcosa che va fuori da quanto le precise menti teutoniche hanno escogitato ci si trova di fronte ad un Non zi pvo’, il zoftvare non è stato penzato per qvesto. E tu lì, a tentare di piegarlo alle tue esigenze più che alla tua volontà, che poi sarebbero anche le esigenze di molti. Ma non zi pvo’, anche quando si riesce in quel che non si può, magari architettando qualcosa che si affida all’italica arte dell’arrangiarsi utilizzando le cose al di là di ciò che è teoricamente possibile, arte altrimenti conosciuta come hacking nel mondo informatico.

Quella sopra è l’immagine che mi ha accolto a Francoforte nel giorno (finora) più bello della mia vita, prima di attendere per due ore (in più) il volo fino a Venezia, per poi finire in stazione a Mestre ad attendere per quattro ore il primo treno verso Udine in compagnia di un punkabbestia orgoglioso di mangiare anche il cibo per cani e non essere ancora morto, o così dice lui; e varia umanità notturna bizzarra o disperata, o entrambe le cose, e nessun treno che passa. “Non andare di là che c’è brutta gente”, m’ha detto un nordafricano che andava nella stessa direzione che stavo prendendo io. Non ho capito se lui fosse tra la brutta gente oppure no, ho soltanto ringraziato e girato i tacchi, come si conviene a chi cazzeggia fuori zona e si becca un avvertimento. In fondo non c’era niente da guardare, se non i fatti degli altri. Sono state lo stesso quattro ore felliniane, mancava soltanto la donna cannone, o forse c’era e non l’ho vista. Quel che ho visto mi ha fatto provare delle strane emozioni, e sì, maledetti tedeschi, lo rivedrei di nuovo. Come riascolterei mille volte le parole di Jurgen Klinsmann che di fronte alla scorrettezza di chi si considera perfetto da’ una lezione ad un intero paese, dicendo che vivere in Italia gli ha insegnato a essere più tollerante. Spero di esserlo un po’ di più anch’io in fondo, ma oggi voglio togliermi un sassolino dalla scarpa.

Grazie per gli schermi blu della morte. Grazie per il cibo di merda dei voli Lufthansa, grazie per il tempaccio cane del grigio cielo di Germania che fa arrivare i voli in ritardo per l’ultimo treno, grazie per il sonno perso, grazie per la vostra difettosa perfezione, per le hostess meccaniche incapaci di capire pen, che poi ti tocca rispolverare un tedesco scolastico per dirgli kugelschreiber. E grazie per la naturale e inaspettata cortesia di certi agenti di dogana all’aeroporto, grazie per un comandante la cui voce rilassata e divertita era particolarmente piacevole pur con qvel terribile accento tetesco, e per tutte quelle persone che al di là del ruolo, della divisa che indossano, hanno dato una mano ad un ragazzotto attempato che si è sentito, come poche volte nella sua vita, nella condizione di dover dipendere dagli altri per far fronte alla propria inesperienza, e che ha trovato molta gente disposta - non soltanto professionalmente - ad aiutarlo.

Grazie anche ai maledetti tedeschi quando decidono di essere un po’ meno maledetti, al punkabbestia senza cane che ha condiviso qualche cicca e le sue esperienze di vita con me rendendo un’attesa più breve, anche se non meno particolare, e anche questa è una fortuna.

Grazie soprattutto a te, Serena. Mi hai detto di non scriverti le cose sul blog, ma non credo che esista nulla di male, in fondo, a dichiarare di essere felici. Credo che tu - della mia felicità - abbia almeno una mezza idea. Grazie per essere stata una guida di lusso per un turista disorientato e stupito, grazie di avermi mostrato una città meravigliosa come solo chi ama quella città può fare, come solo chi si muove in un posto che può chiamare casa riesce a fare, ma tu saresti a casa ovunque. E grazie di tutto quello che non voglio e non posso dire, che riguarda soltanto noi due.