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Archivi per la categoria ‘Comunicazioni di sevizie’

tattoo you

Martedì, 23 Giugno 2009

Qualche giorno fa una voce oltrecortina mi chiedeva se credessi alla storia della ragazza belga che aveva chiesto di avere tre stelline tatuate sulla guancia e s’era svegliata con metà del firmamento schiantato su metà del suo volto, come un treno senza freni. Le risposte dirette, a volte, non sono il mio forte.

- Ma l’hai vista la faccia del tatuatore?

- No.

- Guardati il filmato e poi ne parliamo.

La voce oltrecortina s’è guardata il filmato.

Nice glasses!

- Allora, dimmi, ti addormenteresti di fronte a un personaggio del genere mentre ti fa un tatuaggio? E poi lui dice di avere un testimone che dice che ha fatto esattamente quel che la ragazza gli ha richiesto. I tatuatori poi non partono in quinta a meno che non siano degli scalzacani, sanno che quella roba te la porti addosso per tutta la vita. Non sono cose che si possono prendere alla leggera.

Insomma, il mio era un no. Ma anche la voce oltrecortina era perplessa o sicura che la storia fosse inventata, altrimenti non mi avrebbe posto la domanda. Morale della favola, a distanza di qualche giorno salta fuori che la ragazzina ha mentito, che aveva paura della reazione del padre e che s’è inventata una storia per levarsi dai guai che s’era procurata da sola.

Ma chi volesse fare un giro su google troverebbe molti modi in cui la gente riesce a farsi del male. Tipo questi. O questi. O questi. O ancora questi qui, che se non sapessi esattamente quel che ho tatuato sulla mia spalla (visto che il disegno l’ho ricopiato io) mi farebbero venire qualche patema d’animo.

Uhm. Ho già qualche patema d’animo. La prossima volta che entro in un ristorante cinese mi faccio controllare.

Rimozione coatta

Mercoledì, 10 Giugno 2009

A causa di contingenze piuttosto urgenti scambio alcuni sms con Diènimol.

Io:

Le foto sono venute da schifo e [snip] irreperibile su Internet. Ci tengo a [snip]. Vorrei ritentare prima di [snip]. Ciao.

Diènimol:

Se vuoi puoi venire domani ma porta la tua macchina che forse ha meno pretese della mia. Tu se puoi vai a rompere le palle al tuo collega per il sito grazie.

Io:

Grazie. Se [snip] allora [snip]. Tuo zio va a Strasburgo. Ho rotto le palle, la settimana prossima bisogna portare qualche idea.

Diènimol:

Caro Albi, volevo avvisarti che per sbaglio hai mandato a me un sms che sarebbe dovuto arrivare a qualcun altro. Io non ho zii che vanno a Strasburgo.

Anni 40

Venerdì, 24 Aprile 2009

BrainEaters

Non potevamo stupirvi con effetti speciali e colori ultravivaci, ma avevamo un sacco di font. Altrove avevano anche un sacco di budella (e secchi pieni di occhi, ma queste sono altre storie).

(Per gentile concessione di M.)

“Ma che cosa si sono presi?”

Domenica, 4 Gennaio 2009

“Io credo che se qualcuno reagisce ridendo, ad esempio, a certe parti del film volutamente comiche, come quelle in cui compare Antonio Rezza (nel ruolo di se stesso, ndr), allora è normale. Ma se si ride a una citazione di Wittgenstein, solo perché non lo si conosce, allora diventa pericoloso”.

(Tratto da un’intervista di Repubblica a Franco Battiato)

Il 2009 si apre in maniera così così, completamente diversa da come avrei voluto che fosse. Con una nota positiva: è andato in frantumi quello che credevo essere un valore assoluto, ossia il titolo di peggior film da me mai visto, prima appartenente a Delirio di Sangue di Sergio Bergonzelli.
Un amico mi ha portato un gioiello, Musikanten di Battiato. Dopo averne visto qualche scena un altro amico ha rilanciato proponendo la visione collettiva di Niente è come sembra, sempre di Battiato, che non è ancora nelle mie mani ma promette di infrangere a sua volta il record stabilito di fresco. Parafrasando Battiato, Musikanten è la storia di un piccione che non vola a stormi credendosi un’aquila e facendoci soffrire tutti i danni del tempo, ma non in silenzio: sebbene ci sia qualche momento in cui Battiato riesce a farsi prendere dalla musicalità e a trasformarla in gesto senza l’urgenza di citare per spiegare ciò che il regista suppone inconcepibile dalla masse, in genere si sbalordisce e si ride a causa della presunzione con cui il tutto è condito. Il film presenta dialoghi asfittici mascherati da colloqui che si intendono simili a quelli dell’antica Grecia, manifesta scarsa padronanza cinematica e cinematografica, costringe a subire attori che sembrano avere un bastone infilato nel culo da tanto son rigidi e una trama malconcia che vive di citazionismi e di irritazioni dell’autore nei confronti di ciò che è apparentemente basso, in contrasto col sublime che sembra essere l’unica aspirazione di Battiato.

E’ un film che si prende troppo sul serio, dove la forbice tra l’intenzione e il risultato fornisce la chiave di un divertimento che spesso è stupore: ciò che è solamente mediocre annoia, ciò che è pessimo illumina. Musikanten è un film immensamente divertente nel suo costante scivolare nel ridicolo dell’iperbole, da non prendere sul serio per apprezzarne appieno il geniale senso di nullità che nasce dal suo rivolgersi ad una improbabile elite, dall’essere un film dichiaratamente non per tutti.
Musikanten insegna che non c’è proprio niente di male a scendere dal proprio piedistallo, che casomai il guaio si combina quando si decide di restarvici sopra, come invece non capita in questo filmato di una eccezionale performance di John Cage, che stimolato da un presentatore non certo benevolo o tenero nei suoi confronti  dichiara di non avere alcun problema di fronte alle potenziali risate del pubblico: “I consider laughter preferrable to tears”. Perché il pubblico non ride solo perché non capisce, come a difendersi dall’assolutezza o dalla radicalità di un’idea che è difficile da afferrare: a volte capisce addirittura troppo bene, e non ride di una inesistente citazione di Wittgenstein, ma di un regista che ne evoca il nome con scarsa perizia. Wittgenstein può essere conosciuto o sconosciuto, ma in fondo non fa questa grande differenza quando la cultura è asservita a sè stessa in una discesa convoluta e autoreferenziale che porta all’entropia, cosa ben diversa da quell’aspirazione al tutto soggiacente alle intenzioni di questo film, che alla fine lascia la sensazione di aver visitato una soffitta riempita di mobili appartenuti a svariate persone, pieni di segnali di vita, ma osservati purtroppo con lo sguardo superficiale e frettoloso di chi sente di avere troppe cose da dire e poco tempo per indugiare nella tiepida malinconia del ricordo: ciò che resta è soltanto un citazionismo spinto e raffazzonato; e poi disordine, e momenti perduti nel tempo per eccesso di distrazione, come lacrime nella pioggia.

Sarebbe bello che prima o poi Battiato decidesse di usare l’arma dell’autoironia oltre a quella dell’ironia, spogliandosi della presunzione che lo porta a voler educare tramite la confusione coloro che egli considera eletti e avvisarli del rischio d’un fascismo che se tornasse avrebbe un volto completamente diverso dai precedenti, ma che non sarebbe mai contraddittoriamente ridicolo (e non ironicamente e superficialmente contraddittorio come forse da intenzione) quanto quello temuto e messo in scena da Battiato. C’è un limite a tutto, anche alla pazienza dello spettatore. Perché chi ride bene - e per ultimo - forse è anche colui che ride per primo di sè stesso, e per farlo non è nemmeno necessario ricorrere alle sostanze allucinogene che paiono essere carburante fondamentale della sceneggiatura di Musikanten.

“Candele, fazzoletti, spade…”

Martedì, 23 Dicembre 2008

“…io quella notte non ho dormito.”

Eh sì, la ragazza è impressionabile. Il mio senso del grottesco generalmente mi consente di ridere del trash più estremo, però trovarcisi in mezzo senza sapere dove fuggire è un discorso diverso. Del resto che attendersi da una di quelle cene che fanno scattare la mia ben nota voglia di evitamento?
L’andamento è conosciuto ormai, e pure con il servizio corriera prenotato per quelli che vogliono darsi al bere io preferisco andare con la mia auto per essere libero dai divertimenti altrui. Lo scorso anno per me la sera finì al bar del ristorante, davanti ad un caffè, con altri tre che cercavano come me di sfuggire allo starnazzar d’anatre che qualcuno chiama karaoke, deleterio per il mio stomaco e le mie orecchie. Feci un monologo brutale e livoroso di circa un quarto d’ora, acclamato dagli ascoltatori come uno one-man show comico da ricordare negli annali, tanto che quest’anno m’hanno chiesto di ripetermi e di inacidire allo stesso modo. L’anno scorso fui salvato da un’anima pia a cui telefonai per recuperarmi: avevo fatto l’errore di andare in corriera con gli altri. Quest’anno no: la mia salvezza era a dieci metri dal ristorante, e ne ho approfittato prima possibile.

Tralasciando parecchi particolari, la serata si può riassumere con poco: se dovessi scegliere una colonna sonora del vorrei ma non posso che ho sperimentato sceglierei Vaccaman (per la precisione, Devi Darla). Stesso atteggiamento del cazzo, ma da parte di persone che si suppongono essere ben più cresciute e responsabili, mica ragazzini; ma passa una donna (sconosciuta) e l’uno dice “Questa passeggia, è una passeggiatrice”, l’altro risponde “Per me questa fa poco”, e poi considerazioni sul fatto che una donna quando nasce ha già mezzo milione di Euro di potenziale capitale, gentilmente offerto da madre natura…
Io certe cose le vivo meglio quando le guardo da fuori e non sono costretto a vergognarmi per conto di terzi cui siedo accanto.

Ma soprattutto, complimenti a quelli che hanno deciso di portare le (poche) donne presenti in un localino alla moda pieno di esperte signorine buonanotte, fra cui alcune intente a dimostrare come si trasformano le proprie parti intime in un baule.

Io già non c’ero, dormivo sonni tranquilli, privi di spade, candele e fazzoletti.

Post sanremese

Venerdì, 3 Marzo 2006

Dello scorso fine settimana parlerò in futuro, in omaggio all’accesso casuale che da sempre è bandiera imperitura di questo mio blog. Per il momento Sanremo.

Articolo capolavoro di Luzzato Fegiz sul Corriere, in cui apprendiamo che Anna Oxa è preda di una crisi artistica e personale che l’ha resa vittima di un Panella graziato da una vena creativa paragonabile a quella del peggior Battiato, delirio di onnipotenza incluso. I mille torti di Anna Oxa sono già stati esposti da un’onorevole congrega di merdaioli saltati sul carrozzone sanremese, ma solo Fegiz ci elargisce la chiave di lettura per comprendere la vera natura del problema: Anna Oxa puzza.

Per il resto, silenzio. Tanto tutti hanno le orecchie per sentire, e alcuni hanno pure un cervello per giudicare. Una cosa però non mi torna, anzi due: i gruppi che si chiamano Zero Assoluto e Ameba 4. Autoironia preventiva o descrittivismo? Sono per la seconda ipotesi, pur restando assolutamente meravigliato dal fatto che nessuno abbia avvertito questi giovinastri delle tragiche conseguenze della scelta di un nome.

Giovedì, 9 Febbraio 2006

Seconda mattinata passata in giro per ospedali et similia a causa di minchiate. Ricapitolando:

  1. Passaggio dal medico di famiglia per l’impegnativa
  2. Prenotazione in ospedale con pagamento di ticket di 25,5 Euro. Appuntamento col medico il mattino successivo.
  3. Attesa di un’ora in ospedale per una visita di 30 secondi netti. La compilazione del referto (una riga) ha avuto bisogno di tempi decisamente più lunghi a causa della totale inettitudine del medico di fronte ad un computer.
  4. Secondo passaggio dal medico di famiglia per chiedere come regolarsi visto che la prestazione l’ospedale non la passa. Ottenimento del nome di un medico che può intervenire.
  5. Terzo passaggio in ospedale alla ricerca del medico, in un padiglione labirintico dal quale è difficile entrare quanto uscire. Se da quelle parti scoppia un incendio crepa un sacco di gente. E io che pensavo che i cartelli “Uscita” dovessero essere leggibili ovunque.

Ricapitolando, due mattinate e 25 Euro buttati per avere un numero di cellulare da contattare martedì perché il medico è fuori sede per un convegno. Senza contare i 200 o 300 Euro che dovrò sborsare per una ridicola operazione di dieci minuti scarsi, che fosse per me farei fare anche senza anestesia locale. Ah, le soavi bestemmie. L’Italia è un unico grande tentacolo in cui lo stato sociale tenta di schiacciare l’individuo facendolo sentire completamente disperso. Certo, meglio così che niente. Però mi è capitato di rivedere Essi Vivono di John Carpenter ultimamente, e passando in ospedale mi sono detto: possibile che tutti questi degenti, pazienti e sofferenti non abbiano il minimo rispetto di sè stessi? Siamo soltanto merda nelle mani altrui. Anarcoindividualpostcomunismo forever.

A volte il bene viene per nuocere

Sabato, 14 Gennaio 2006

RootkitAnno nuovo, stessa vita. Prima le cose importanti.
Il premio per la frase più idiota dell’anno passato spetta di diritto al presidente di Sony BMG per una dichiarazione che andrebbe incisa sulla lapide di ogni monumento alla stupidità umana: “La maggior parte della gente non sa cos’è un rootkit, perché dovrebbe preoccuparsene?”

Se mai dovessi incontrare Thomas Hesse (cosa che spero di non fare mai per evitare il rischio di finire in galera per aggressione), gli consiglierei di sostituire la parola rootkit con Sarcoma di Kaposi oppure Treponema Pallido. E se capitasse che il signor Hesse, evidentemente già vittima del morbo di Kreutzfeld-Jacob, avesse anche un incontro ravvicinato con uno dei sopra menzionati signori si accorgerebbe che è lecito preoccuparsi di qualcosa che la maggior parte della gente non conosce. A Sony BMG, per essersi divertita a mettere a rischio milioni di computer e per il disprezzo dimostrato nei confronti dei suoi clienti, vanno i miei più sentiti auguri di una serena e felice bancarotta.

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