“Io credo che se qualcuno reagisce ridendo, ad esempio, a certe parti del film volutamente comiche, come quelle in cui compare Antonio Rezza (nel ruolo di se stesso, ndr), allora è normale. Ma se si ride a una citazione di Wittgenstein, solo perché non lo si conosce, allora diventa pericoloso”.
(Tratto da un’intervista di Repubblica a Franco Battiato)
Il 2009 si apre in maniera così così, completamente diversa da come avrei voluto che fosse. Con una nota positiva: è andato in frantumi quello che credevo essere un valore assoluto, ossia il titolo di peggior film da me mai visto, prima appartenente a Delirio di Sangue di Sergio Bergonzelli.
Un amico mi ha portato un gioiello, Musikanten di Battiato. Dopo averne visto qualche scena un altro amico ha rilanciato proponendo la visione collettiva di Niente è come sembra, sempre di Battiato, che non è ancora nelle mie mani ma promette di infrangere a sua volta il record stabilito di fresco. Parafrasando Battiato, Musikanten è la storia di un piccione che non vola a stormi credendosi un’aquila e facendoci soffrire tutti i danni del tempo, ma non in silenzio: sebbene ci sia qualche momento in cui Battiato riesce a farsi prendere dalla musicalità e a trasformarla in gesto senza l’urgenza di citare per spiegare ciò che il regista suppone inconcepibile dalla masse, in genere si sbalordisce e si ride a causa della presunzione con cui il tutto è condito. Il film presenta dialoghi asfittici mascherati da colloqui che si intendono simili a quelli dell’antica Grecia, manifesta scarsa padronanza cinematica e cinematografica, costringe a subire attori che sembrano avere un bastone infilato nel culo da tanto son rigidi e una trama malconcia che vive di citazionismi e di irritazioni dell’autore nei confronti di ciò che è apparentemente basso, in contrasto col sublime che sembra essere l’unica aspirazione di Battiato.
E’ un film che si prende troppo sul serio, dove la forbice tra l’intenzione e il risultato fornisce la chiave di un divertimento che spesso è stupore: ciò che è solamente mediocre annoia, ciò che è pessimo illumina. Musikanten è un film immensamente divertente nel suo costante scivolare nel ridicolo dell’iperbole, da non prendere sul serio per apprezzarne appieno il geniale senso di nullità che nasce dal suo rivolgersi ad una improbabile elite, dall’essere un film dichiaratamente non per tutti.
Musikanten insegna che non c’è proprio niente di male a scendere dal proprio piedistallo, che casomai il guaio si combina quando si decide di restarvici sopra, come invece non capita in questo filmato di una eccezionale performance di John Cage, che stimolato da un presentatore non certo benevolo o tenero nei suoi confronti dichiara di non avere alcun problema di fronte alle potenziali risate del pubblico: “I consider laughter preferrable to tears”. Perché il pubblico non ride solo perché non capisce, come a difendersi dall’assolutezza o dalla radicalità di un’idea che è difficile da afferrare: a volte capisce addirittura troppo bene, e non ride di una inesistente citazione di Wittgenstein, ma di un regista che ne evoca il nome con scarsa perizia. Wittgenstein può essere conosciuto o sconosciuto, ma in fondo non fa questa grande differenza quando la cultura è asservita a sè stessa in una discesa convoluta e autoreferenziale che porta all’entropia, cosa ben diversa da quell’aspirazione al tutto soggiacente alle intenzioni di questo film, che alla fine lascia la sensazione di aver visitato una soffitta riempita di mobili appartenuti a svariate persone, pieni di segnali di vita, ma osservati purtroppo con lo sguardo superficiale e frettoloso di chi sente di avere troppe cose da dire e poco tempo per indugiare nella tiepida malinconia del ricordo: ciò che resta è soltanto un citazionismo spinto e raffazzonato; e poi disordine, e momenti perduti nel tempo per eccesso di distrazione, come lacrime nella pioggia.
Sarebbe bello che prima o poi Battiato decidesse di usare l’arma dell’autoironia oltre a quella dell’ironia, spogliandosi della presunzione che lo porta a voler educare tramite la confusione coloro che egli considera eletti e avvisarli del rischio d’un fascismo che se tornasse avrebbe un volto completamente diverso dai precedenti, ma che non sarebbe mai contraddittoriamente ridicolo (e non ironicamente e superficialmente contraddittorio come forse da intenzione) quanto quello temuto e messo in scena da Battiato. C’è un limite a tutto, anche alla pazienza dello spettatore. Perché chi ride bene - e per ultimo - forse è anche colui che ride per primo di sè stesso, e per farlo non è nemmeno necessario ricorrere alle sostanze allucinogene che paiono essere carburante fondamentale della sceneggiatura di Musikanten.