Archivi per la categoria ‘Todesarten’

People

Lunedì, 28 Settembre 2009

this is not a mesostic

Lunedì, 27 Luglio 2009

Non mi interesso di danza, ma ho l’impressione che oggi sia mancata al mondo una persona davvero speciale.

Sabato, 13 Giugno 2009

The Truth

Martedì, 19 Maggio 2009

Non scordate mai che ogni giorno, ogni momento è quello giusto per inventare il futuro che si vuole. La morte è il finale di ogni storia. Tutti dobbiamo morire prima o poi. Quindi, una volta accettato questo, il problema si sposta sulla qualità della vita.

Michael J. Fox

Giovedì, 5 Febbraio 2009

Giorni grigi nella mia mente come nella mia città. Giorni che un futile malessere riempie di troppo tempo e poche forze, di catarro e lacrime, e di conversazioni intime in cui si ribadiscono volontà maturate nel corso del tempo.

Qui di seguito scrivo quello che sarebbe il mio testamento biologico, ma principalmente è la prima espressione pubblica del mio desiderio, unica forma di protezione della mia volontà dalla volontà altrui, sperando che non vi sia mai il bisogno che esso debba essere applicato, ma nel caso in cui ve ne fosse la necessità mi piacerebbe che venisse applicato e non discusso.

Nel caso in cui mi trovi nell’impossibilità permanente di comunicare con il mondo circostante e manifestare in qualsivoglia modo la mia volontà, e che questa impossibilità venga ragionevolmente giudicata irreversibile dalla scienza medica a seguito di qualunque episodio che possa provocarla,  voglio che venga interrotta ogni forma di cura, fatta eccezione per quelle eventualmente consigliabili dalla pietà umana per la terapia del dolore. Lo chiedo in base all’articolo 32 della Costituzione che sancisce il diritto a non essere obbligati ad un determinato trattamento sanitario, salvo diverse disposizioni di legge che comunque non possono violare i limiti imposti dal rispetto della persona. Questo rispetto è dovuto a chi, nel pieno delle proprie facoltà mentali, considera la gestione della malattia e del dolore un fatto sacro e inviolabile, e soprattutto individuale.

Voglio che il mio diritto a rifiutare un trattamento sanitario imposto da altri includa anche l’alimentazione artificiale poiché la considero a tutti gli effetti una cura, e come dice l’aggettivo stesso è realizzata tramite artifici.

Voglio che ogni forma di speculazione sulla pienezza di una vita non sia nutrita da fotografie, filmati o altri mezzi che possano documentare in alcun modo dal punto di vista estetico il mio stato di sofferenza. Voglio che ogni richiesta da parte di persona non interessata a me da un punto di vista legale o medico venga lasciata al silenzio. Non lo chiedo per pudore o vergogna, e nemmeno per tutelare un’immagine di vitalità che si deve perpetuare nel ricordo: lo chiedo soltanto perché diffondere le immagini di un mio stato di infermità significherebbe alimentare l’opinione degli altri su fatti che devono riguardare soltanto la mia volontà, fatti sui quali nessuna autorità - sia essa morale, politica o religiosa - deve avere alcun potere decisionale pur virtuale, se non nei limiti del rispetto di quanto da me deciso. Alla giustizia lascio il compito di decidere sulla sussistenza di una mia volontà. Non sono altri a dover decidere della mia libertà e della mia vita qualora esse dovessero essere destinate a rimanere confinate in una dimensione privata, che esclude la possibilità di ogni forma di contatto biunivoco, e quindi la necessità da parte mia di stipulare qualsiasi forma di contratto sociale che debba essere regolato dalle norme del diritto. Sopra tutto, non sono altri che devono avere la possibilità di aumentare con le loro opinioni irrispettose il carico di dolore di coloro che mi hanno amato, e che ho amato.

Non per odio o disprezzo della vita, ma per amore.

Sabato, 27 Settembre 2008

Why go out for a hamburger when you have steak at home?

Stranger than fiction

Martedì, 12 Agosto 2008

Guardo Fight Club e trovo il suo umorismo grottesco decisamente divertente. Poi guardo Sin City. La cosa che mi colpisce di più è una coincidenza, un parallelismo divergente, anche se i film in sè hanno poco o nulla in comune.

Durante la visione di Sin City.
Marv parla di Goldie, di come probabilmente lei l’avesse scelto solo perché era il tizio più grosso a disposizione. Ricerca di protezione. Così, mentre Marv parte alla ricerca di uno scopo per cui vivere e morire, la mia mente fa un rapido rewind.

Chuck Palahniuk, autore di Fight Club. Mi piace leggere la biografia degli autori.

Fred Palahniuk, padre di Chuck. Un omaccione che a Donna Fontaine avrebbe potuto far comodo. Si sentiva braccata da Dale Shackleford, suo ex compagno. Donna l’aveva spedito in prigione per abusi sessuali. Dale aveva promesso che l’avrebbe trovata e uccisa non appena uscito di prigione. Donna prende la cosa molto sul serio, tanto di premunirsi come può, cercando un armadio che la potesse proteggere tramite un annuncio sul giornale. Lo trova in Fred Palahniuk, come Goldie trova Marv.

Le cose però vanno storte, perché anche gli armadi possono poco contro una pistola ben usata. Shackleford è un predatore, attende la sua vittima per impossessarsene definitivamente. Non è molto diverso da quello che fanno parecchi altri squilibrati perversi che interpretano il loro bisogno morboso come una forma d’amore fino a volerlo esprimere in una forma definitiva, totalizzante, che toglie ogni respiro e ogni libertà, fino al sacrificio ultimo, quello della vita dell’oggetto del loro presunto amore, così che non possa essere di nessun altro. La semplice vendetta non è una spiegazione sufficientemente valida, per me. La vendetta si esprime in altri modi.

Dale Shackleford segue la coppia a casa. Su Internet si trovano pochi dettagli al riguardo, lo stesso Chuck Palahniuk non ne ha molti da offrire, né gli sono stati offerti. Fred Palahniuk viene colpito all’addome, lo sparo trapassa il diaframma e fa collassare entrambi i polmoni. Muore nel giro di qualche minuto. A Donna viene riservato un trattamento diverso, un’esecuzione con un colpo alla nuca. L’eliminazione immediata viene preferita alla sofferenza mentre Palahniuk agonizza. Si trascina, o viene trascinato, vicino alla donna con cui è appena rientrato da una fiera paesana.

Shackleford dopo ripetuti tentativi riesce a dar fuoco alla casa. La polizia si trova di fronte ad un edificio in fiamme e a due cadaveri sfigurati dal fuoco. Non ci mette molto a fare due più due: Shackleford finisce alla sbarra, e poi condannato.

A Chuck Palahniuk, in quanto parente diretto di una delle vittime, viene chiesta una dichiarazione riguardante la sofferenza provata. Deve anche decidere se è pro o contro la messa a morte di Shackleford. Palahniuk mette sulla bilancia le storie di abusi sessuali su donne e bambini perpetrati da Shackleford, pensa a concetti marxiani e buddhisti e raggiunge una decisione difficile.

Per aiutarsi a convivere con l’idea di avere avuto un ruolo nel raggiungimento della sentenza di morte per Shackleford, Palahniuk inizia a scrivere un romanzo, Lullaby.

Heaven Is The Dust Beneath My Shoes

Martedì, 29 Luglio 2008

Venerdì. Mentre mi appresto a lasciare Spilimbergo saluto le persone che mi hanno fatto compagnia fino a quel momento azzoppando momentaneamente la mia solitudine. Do’ le spalle al grande palco su cui Massimo Bubola sta terminando la sua performance e mi avvio accanto alla fila esterna delle sedie con passo spedito.

Di fronte a me centinaia di persone ancora assorte in piedi ascoltano parole sul cielo d’Irlanda. Mi muovo come qualcuno che è atteso altrove e ha poco tempo, e in effetti è così. Falcata ampia e veloce, sguardo diritto. Faccio pochi metri e una persona fa un passo indietro per lasciarmi passare. Provo un leggero fastidio. Perché, mi chiedo? Non voglio rompere le scatole a nessuno, e sono in grado da solo di girare attorno a qualcuno in piedi. Non sto nemmeno sfiorando le persone a cui passo accanto. Perché indietreggiano?

Pochi metri e capita un’altra volta. Cos’è, la mia testa con pochi millimetri di capelli, là dove ci sono ancora? La mia camminata? Cos’è cambiato?

Ripenso per un attimo con piacere ad una commessa romana dell’Upim. “Non so che taglia indosso”, le avevo detto. “Occorre una taglia abbastanza grande, per via delle spalle”. No, non sono nemmeno le mie spalle. Non sono certo un armadio.

Qualche metro e capita ancora, e poi ancora. Certa gente si scansa, ma non di lato. Fa un passo indietro. Un gesto istintivo, inutile. Addirittura controproducente. Me ne vado con una brutta sensazione addosso, come se di fronte a me avessi avuto soltanto dei birilli pronti a cadere.

Sabato. Due coppie che non vedo da tempo. Invecchiano come un chiasmo: in una coppia invecchia lei, nell’altra invecchia lui, e t’accorgi che imbolsire a volte è un fatto puramente mentale. Li conosci e sai bene cosa contraddistingue quelle due persone, quel livore direzionato verso gli altri, che adesso assume anche il tratto d’una certa stanchezza cinica nel fare le cose. Sento puzza di sogni infranti.

Domenica. Soccombo temporaneamente al crampo della solitudine.
Ti prende allo stomaco dopo che hai passato una giornata ad evitare chiunque. Svogliato.
Poi, verso sera, ogni rumore estraneo diventa paura, microattacco di panico. Ti affretti a ricondurre all’ordine ogni click, ogni fruscio che non esca dalle casse. Inutilmente. Il crampo della solitudine è ancora lì.
Tu, distante.

Sin City, e cose di cui parlerò in un altro momento. Poi, improvviso come le cose che non ti aspetti, Jim Jarmusch a tarda notte, e quel Bill Murray che adoro in Groundhog Day. Broken Flowers, un titolo adatto. Crudele come il rosa di quei fiori, simbolo di qualcosa che si è perduto e che non tornerà. Crudele come le parole non dette dalle donne che incontra, come il silenzio di un uomo che è spettatore della propria vita mentre con rassegnazione consegna al passato e al futuro ciò che non è stato, ciò che non potrà mai essere. Crudele come Quel che resta del giorno, perché a un certo punto, quando cala la notte, del giorno ti rimane soltanto il rimpianto. E mi chiedo cosa sia, cos’è che conduce al vivere l’ingrigire dei propri capelli come una tortura, cosa renda impotenti certe persone di fronte allo svanire dei propri sogni, che spesso è un atto contemporaneamente inconscio e volontario. Fino allo svanire della propria vita. Mi viene in mente Pistorius e le sue gambe che non ci sono, eppure volano. Indossa una maglietta con una frase di Mandela: a winner is only a dreamer who hasn’t given up.

Intanto la galleria degli orrori s’allunga e include Madonna. Le sue vene prominenti fanno impressione, la magrezza pare addirittura patologica, ma non quanto la sua faccia. Oh my God, che è successo? Ma soprattutto, perché? Come ha fatto a trasformarsi in una sosia di Gommaflex? Ma perché ogni volta che do’ un’occhiata ad Awful Plastic Surgery mi sembra di avere a che fare con degli schiavi?

Ormai era vecchio.
Ci sarebbe molto altro da dire, ma quella era la sua più grande verità. Vecchio. Impotente a guardare la vita nei campi che era stata la sua. Niente semina, niente raccolto, niente di niente. Solo lo sguardo sconsolato di chi osserva gli altri al lavoro, e prova dolore per le forze fuggite, la vita fuggita. Lo trovarono impiccato.

Osservo le vite riempite dal lavoro, oltre ogni orario, oltre ogni legittima aspirazione alla produttività. Osservo la vita diventare soltanto produttività. Massacrarsi per essere poi troppo stanchi per pensare, per evitare di pensare. Perché se pensi è la fine, e allora osservi la tua esistenza come se fosse un baratro, null’altro che un baratro che ti ha già ingoiato e può ingoiare gli altri.

Tanti modi diversi di invecchiare. Tutti modi privi di tenerezza. E mi chiedo il perché di tutta questa volontà di impotenza, di queste lotte contro l’impossibile soccombendo anzitempo alla morte, cupa ossessione che incalza con l’incedere gravoso degli anni.

Against this death, penso. E contro questa morte la stessa Trilogie de la Mort di Eliane Radigue, così bella nella sua vecchiaia in questa foto delle Lappetites.

Contro questa morte i commenti su YouTube ai video dei NoMeansNo, e il loro slogan da eterni vecchi autoironici sempre pronti a spaccare il culo, old is the new young.

Contro questa morte Perturbamento di Thomas Bernard, che per combattere la malattia la espone, ti mette in guardia, ti rende partecipe. Ti insegna a evitare che la mostruosità si impossessi del tuo modo di vedere il mondo.

Contro questa morte I am Sitting in a Room di Alvin Lucier, dove la distruzione della voce è una vittoria sulla balbuzie, ché chissà quanto l’hanno preso per il culo quand’era piccolo, quel ritardato. E lui lì nel 1970 a pensare un capolavoro che lo rende immortale; elementare e denso come neanche il punk può essere. Facendo un sonoro sberleffo alle ingiurie della vita.

Contro questa morte, semplicemente, il fluire dei giorni.

Sex and Drugs and Rock ‘n’ Roll

Mercoledì, 23 Luglio 2008

Un tuffo nella memoria.

Tra le tante cose che mi stanno sul culo c’è n’è una a cui non mi abituerò mai, e cioè quel malinteso senso di solidarietà che i drogati hanno tra di loro, che è più che altro complicità.

Ricordo vecchie storie di vecchi posti, quindici anni fa. Frequentavo un circolo che era tutto voglia di sex and drugs and rock and roll, dove se t’andava bene trovavi il rock e se t’andava male le drugs. Io trovavo il rock e poco anche di quello, perché poi t’accorgevi che quel buco non era nient’altro che uno dei tanti viaggi al termine della notte che puoi trovare in giro, un parcheggio per dannati alla ricerca di qualcosa che non possono trovare.

Il tizio che lo gestiva, beh, non lo definirei losco, però gente del genere ne ho incontrata e non sai mai se si tratta di spazzini o di pattumiere, forse tutt’e due. Non l’ho mai capito fino in fondo. Era meglio non legarsi troppo.

In quel locale ci avrei portato una ragazza solo se avessi dovuto mollarla o se avessi dovuto sposarla, ma non sussisteva alcuna delle due circostanze. Era bello guardarsi in giro, ascoltare qualche gruppo interessante. Era un po’ meno bello separare due tipi o due tipe che se le davano di santa ragione. Per la cronaca le donne se le suonano più dei maschi. Sono molto più tignose.

Anche la compagnia era buona, quando non ti mostrava i segni delle overdose come se fossero ferite di guerra di cui andare orgogliosi perché sei uscito da quella merda, sei sopravvissuto. Un’attrice napoletana mi avrebbe spiegato, in seguito, che certe cose non finiscono mai, come l’alcolismo: non ne esci mai, puoi essere solo sobrio o sbronzo, ma alcolista o drogato rimani, inseguito dai fantasmi del tempo perduto che non puoi recuperare. Non lo so. Forse. Non potrei parlare per esperienza personale, ma un fondo di verità forse c’è. In alcuni l’ho visto, l’ho vissuto.

Certo non erano tutti drogati o alcolisti, e non tutti cercavano di portare avanti la notte fino alla sua estinzione lasciando brandelli di fegato e coppe dell’olio per strada, ma credo di averne viste di un buon numero di colori.

Una sera, passando per salutare, mi misi a parlare con un DJ. Era tardi e l’ambiente era ancora vivo, nei limiti del possibile. In mezzo alla pista da ballo c’era un tipo, non propriamente sdraiato né seduto. Aveva le gambe distese, la schiena piegata in avanti, la testa reclinata come se si stesse osservando il pacco, le braccia mollemente adagiate al terreno. Dormiva.

Un tipo strano, un cameriere che spesso parlava di animare il locale facendo spogliarelli (ma non penso che ci fossero molte persone interessate a vederlo nudo) era steso sulla panca. Dormiva pure lui, anche se in posizione più consona. Entrai, salutai il DJ che era al banco a bersi una birra.

- Ciao.

- Ciao.

- Come va?

Si guardò in giro, guardò il tipo in mezzo alla pista, poi si voltò verso la panca. Attorno a noi altro risultame umano, e un po’ di gente tranquilla (c’era anche quella). Aveva uno sguardo strano, a metà tra lo sconsolato e il divertito. Alzò entrambe le sopracciglia socchiudendo gli occhi. Sospirò prima di parlare.

- Eh, lo vedi.

Sorrisi. In quel momento si svegliò il tipo sulla panca. Dopo aver dato un’occhiata scandalizzata alla pista da ballo ci si avvicinò sbadigliando, ci salutò e fece un paio di domande, a cui rispose il DJ.

- Che ore sono?

- Le due e mezza.

- E da quanto sono qui?

- Da mezzanotte circa.

- E quanto tempo ho passato qui?

- Due ore e mezza!

- Ma… avete visto quel tipo in mezzo alla pista?

- Ma parli te che dormi da quando sei arrivato?

- Ah.

Fece per allontanarsi, si grattò la testa ancora assonnato, poi ci ripensò e fece ancora qualche domanda.

- Che ore sono?

- Le due e mezza!

- E da quando sono qui?

- Da due ore e mezza…

- Ma… avete visto quel tipo?

A quel punto mi misi a ridere, voltandomi. Il DJ non sapeva più che pesci pigliare e sbottò. Ordinai una birra e contemplai il disastro circostante come se non ci fossi in mezzo. Perché se frequenti abitualmente un posto del genere, e lo fai per parecchio tempo come ho fatto io, è perché soddisfa i tuoi bisogni o pensi che prima o poi possa farlo, finché non ci resti invischiato o ti rompi i coglioni. A me è capitata la seconda cosa.

Altro giro, altra corsa.

Poche persone, sempre le stesse. Un barista s’era portato il solito personaggio ubriaco disfatto che non ti molla mai, che ormai gravitava solitario attorno al bancone ammorbando chiunque gli capitasse a tiro. Funziona così: il barista gli dà da bere fino all’orario di chiusura, incamerando un buon quantitativo di danaro. Poi arriva l’ora di chiudere, e piuttosto che sbattere fuori un buon cliente gli propone un altro posto, che di solito è uno di questi viaggi al termine della notte. Il barista paga un giro e di solito approfitta di una breve distrazione per sparire e andarsene a letto, lasciando il morbo umano ad altri dottor Morte che ne deprederanno ulteriormente il portafogli annuendo di tanto in tanto agli sproloqui incomprensibili che ascoltano, tanto quelle persone il più delle volte non sentono la necessità di un feedback. Hanno bisogno del simulacro di una presenza, d’un paio d’orecchie. Hanno bisogno di sfogarsi, non di comunicare.

Io ero ad un tavolo con due presunti amici, non certo intimi. Il DJ mise su A Forest dei Cure. La linea di basso iniziò a cullarmi. I miei due presunti amici non gradirono, erano in pieno trip da Sex Pistols, all’epoca riformatisi per qualche concerto. Uno dei due iniziò ad inveire a voce alta contro il DJ, “Dinosauro! Mette su i Cure. Dinosauro! Metti su i Sex Pistols, altro che i Cure!”

La cosa era tragicomica, un indice del loro scollamento dalla realtà. L’altro mi chiese se volevo qualcosa, e si riferiva a qualcosa che di solito non si trova nei bar. Ebbi la sensazione che se fossi stato curioso avrei ascoltato l’enunciazione di un catalogo da farmacia clandestina e declinai istantaneamente. Quel mio rifiuto sancì una salutare distanza. Fu l’ultima volta che lo vidi. Mi staccai da entrambi quando mi accorsi che facevano parte di un club esclusivo, molto esclusivo. In effetti escludeva tutti quelli che non la pensavano come loro, incluso il sottoscritto. Soprattutto escludeva chi non si faceva come loro e non ne aveva alcuna intenzione, come il sottoscritto.

Seppi di loro a qualche anno di distanza. Alcuni amici mi telefonarono, erano in un pub. Li raggiunsi, mi sedetti e li salutai. Con loro c’era un tipo grasso, mi guardava con occhi che sembravano sconsolati. Faticai a riconoscerlo. Un tempo era uno stecco, ogni energia consumata dall’eroina che si faceva, e ora mi trovavo di fronte un pallone. Non era il gonfiore a disorientarmi, ma lo sguardo abbattuto: l’aggressività e il ghigno quasi diabolico d’un tempo erano stati sostituiti da occhi infossati e spenti, e dallo smarrimento di non essere riconosciuto. Era un dolore tutto suo, quello di un pugile suonato incapace di rialzarsi, col fisico fiaccato dal metadone e lo spettro della solitudine ormai completamente materializzato dentro la sua anima; non aveva più nemmeno i Sex Pistols a fargli compagnia. Dev’essere tremendo sentirsi un altro negli occhi di chi ti osserva. Parlammo brevemente. Mi disse: “Ricordi ***? E’ morto come un cane per strada. Qualcuno gli ha venduto merda. Doveva aspettare me.”

Ci rimasi male. Il tizio che m’aveva proposto di trascinarmi nella sua fogna era morto. Provavo dolore. Nessun senso di pulizia, nessun senso di distacco, solo lo sbigottimento per la perdita di una vita umana che avevo conosciuto. Non feci altre domande, non chiesi cosa sarebbe successo se avesse aspettato. Quella frase mi inquietò, come mi inquietò quello che mi disse dopo.

Stava vivendo quella fase - tremenda - che capita a ogni drogato quando si stacca dal mondo in cui vive per calarsi in mezzo alla vita delle altre persone. Ci si sente dannatamente soli, si viene esclusi da un gruppo, si incontra la difficoltà di trovare un contatto con esseri umani i cui interessi non stanno nell’annullarsi ogni giorno. Cercò un contatto con me, e non ci riuscì. Era la richiesta di un uomo che annaspava, incapace di fare i conti con il proprio passato, incapace di riconoscere che le circostanze che avevano reso possibile una presunta amicizia non sussistevano più. Non so cosa parlò per me. Forse fu la sensazione di distanza che quella persona ormai sconosciuta mi comunicava, forse il fatto che ormai avevo tagliato tutti i ponti con quel passato che avevo semplicemente lambito senza farmi coinvolgere. Un margin walker. Forse - più di tutto - la sensazione che quella persona non avesse per nulla terminato, ma stesse facendo una pausa assistita. Forse fu quella frase che più di tutto mi aveva urtato, “doveva aspettare me”, come se la cosa avesse potuto fare una differenza. Non lo so. Mi sentii colpevole, ma non ho - ancora adesso - risposte.

Ridono e si divertono i bambini sul Brucomela. Altro giro, altra corsa.

Una sera, una delle ultime. La costanza del mio trascinarmi alla ricerca di qualcosa in quel posto era già consunta da tempo. Era circa mezzanotte, salutai le persone con cui ero e mi diressi alla cassa a pagare. Aspettai per circa cinque minuti che arrivasse il gestore, poi mi spazientii. Andai a cercarlo nel cortile interno, era con altre due persone. Una era distesa lunga sul cemento mentre l’altra osservava il gestore mentre spruzzava acqua sul tipo disteso con un tubo da giardino. Mi avvicinai fino a riconoscere il tipo. Dissi semplicemente “Ehi, ma è ***!”. Quando arrivai non ne potevo percepire il respiro, aveva gli occhi a capocchia di spillo puntati verso il cielo, completamente spalancati. Nonostante tutto ciò che mi aveva circondato ero rimasto un ingenuo e non sapevo che il tipo era in overdose. Non sospettavo.

Dopo qualche istante sentii la persona respirare a singhiozzo, come se il respiro gli si strozzasse in gola. Era irregolare, incostante. Il gestore fece qualche domanda all’altro tipo.

- Che ha preso.

- Ha bevuto qualcosa, si è sentito male.

- Tu non me la racconti giusta. E me lo porti qui?

- Non sapevo dove andare.

Io dissi: “Chiamiamo il 118 che *** sta male”. Beata ingenuità. Il gestore rispose con fermezza, anche se gentilmente.

- Se tu chiami il 118 io chiudo.

Inizialmente non fui infastidito da quella frase perché il mio cervello stava ancora pensando alla cazzo di cane, ma c’era qualcosa da fare. “Fai quel che vuoi”, dissi, “ma *** deve essere soccorso. Se non viene qui un’ambulanza me lo carico in macchina e lo porto io all’ospedale. Ma bisogna farlo subito.”

Forse fu la paura che io potessi dire qualcosa di troppo portandolo in ospedale senza saperne nulla o esserne direttamente coinvolto, ma il tipo che non conoscevo a quel punto si propose di portare *** all’ospedale, e fummo tutti d’accordo. Caricammo *** in macchina che ancora annaspava cercando ossigeno e vedemmo sparire l’auto in direzione del centro. La seguii a piedi fuori dal cortile per accertarmi che andasse nella direzione giusta. Più tardi parlai brevemente col gestore mentre lo pagavo. Cercò di rassicurarmi ma non mi sentivo tranquillo. Mentre andavo a casa e il mio coinvolgimento nell’immediatezza della situazione era terminato cominciai a pensare. E se lo scarica in un campo? Se non lo porta in ospedale?

Passai due giorni di preoccupazione leggendo i giornali locali e ascoltando i TG. Avevo già maturato la decisione di andare dai carabinieri se fosse successo qualcosa di brutto, anche magari dovendo sopportare il costo personale di vedermi accusato di omissione di soccorso, o peggio. Perché alla fine dei conti avevo fatto poco o nulla. E comunque avrei preferito dormire male qualche notte in gattabuia piuttosto che non dormire per niente per anni a casa mia.

Dopo quei due giorni mi presentai al locale. Mi furono date immediatamente notizie. Mi dissero che *** stava bene, che gli era stato raccontato quello che era successo e che mi ringraziava. Ero sollevato, ma dissi lo stesso che se fosse successo qualcosa sarei andato a raccontare quel che sapevo, perché una persona non può morire come un cane solo perché nessuno vuole fare qualcosa. Non ricordo la risposta, ma credo che fosse ragionevole. Non tutto va sempre per il verso storto.

Il gestore mi disse che prima che io arrivassi gli aveva fatto un’iniezione di acqua e sale e che questo gli aveva salvato la vita. Trasalii. Rimasi in silenzio. Ancora adesso non so se faccia parte di normali (aberranti) procedure di emergenza per un’overdose da eroina, se si tratti di una balla o se la cosa sia davvero accaduta. Mi colpì come un gesto assurdo, incosciente, e ancora oggi lo penso.

Le mie visite al locale si erano diradate. Qualche mese dopo incontrai il tipo. Quando lo vidi ero felice. Mi baciò sulle guance, mi ringraziò. Mi raccontò che l’altro gli doveva dei soldi, e per compensare gli aveva proposto una spada. Poi, dopo l’intermezzo a cui avevo partecipato, si era risvegliato in ospedale dove gli avevano iniettato un antagonista dell’eroina. Dopo qualche minuto era già in piedi e pronto a ringraziare i dottori e andarsene. Oltre al sollievo provavo un’amarezza fino allora sconosciuta, come quando si assiste impotenti a un tentativo di autodistruzione. Non volevo prendere parte allo spettacolo, nemmeno come spettatore.

Le cose in quel posto degenerarono velocemente. Ricordo che ci fu una specie di cambio di gestione, anche se non vero e proprio. Uno dei soci, una persona per bene, mollò; venne per un breve periodo un altro tipo dedito al disfacimento alcolico proprio e degli altri. Una sera litigai dopo essere stato trattato malissimo da quel tipo e strappai la tessera di fronte agli occhi di tutti. Fu l’ultima mia sera lì dentro con quella gestione. Fui dichiarato persona non gradita dall’altro gestore che aveva preso lo strappo della tessera come un atto di lesa maestà. Non ebbi nemmeno il tempo di pentirmi o pensarci che il gestore si disfò del ciarpame contenuto in quel locale affibbiandolo ad altre persone che con certe storie non volevano avere a che fare. Ci andai ancora qualche volta ma l’atmosfera magica degli esordi, ben più puliti di quanto ho descritto qui, era andata perduta; i frequentatori storici - me incluso - avevano ormai abbandonato la barca, già consumata fino in fondo da troppi topi. Il rock era morto e le poche persone che avevano vissuto quel posto con tutto il loro cuore (e fegato) s’erano impegnate in altro o s’erano disperse in altri luoghi, o s’erano semplicemente perdute per strada.

Io navigai ancora per qualche mese in un altro viaggio al termine della notte che aveva sostituito il precedente. Non c’erano più persone sbronze che pisciavano sulla riga di mezzeria d’una statale, ma non mancavano i casi umani. Se io fossi tra quelli, non lo so. So soltanto che a differenza di altri viaggiatori guardandomi indietro non provo alcun senso di perdita, non vedo il tempo inghiottito nel nulla, non provo rimorso per quello che ho fatto né rimpianto per quello che non ho fatto in quegli anni e non ho perso nulla delle mie emozioni, che non considero diverse da quelle di un tempo; e sono l’unica cosa che conta quando la notte è finita.

Like a Mother Demented

Lunedì, 7 Luglio 2008

Sto recitando una prece per il susino (alias Prunus Domestica) di casa mia che se n’è andato - letteralmente - di schianto, per via di un temporale estivo piuttosto violento come ne capitano talvolta da queste parti, e anche per il fusto indebolito dall’attacco di qualche insetto particolarmente bastardo che sarà oggetto di future attenzioni a base di insetticidi piuttosto cruenti affinché gli alberi sani rimangano tali.

Mi restano un nocciolo contorto, un prugno e il fico bianco (senza ovviamente contare il ribes), e probabilmente un po’ di legna da ardere per il caminetto quest’inverno.

Più avanti sceglierò come rimpiazzare il susino. Non mi dispiacerebbe una bella mimosa. Si accettano suggerimenti, anche perché dovrei piantare più di un albero (quattro, per l’esattezza). Niente pini o abeti, please. Crescono troppo e sporcano.

“Meglio lui che io”, dice mia madre appena rientrata con un sorriso a mezza bocca. Pensavo la prendesse peggio. A me resta la consolazione di averle raccolto le susine qualche giorno fa, quando me l’ha chiesto, contrariamente a quanto (non) facevo gli anni scorsi.

(P.S. Il titolo è quello di una poesia di Irving Layton e riguarda la natura, non certo mia madre.)