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People

Lunedì, 28 Settembre 2009

c’era una volta

Venerdì, 31 Luglio 2009

le cose di sempre

Giovedì, 16 Luglio 2009

Quel che sono non cambia, come certe cose che amo.

Sarà terribilmente fuori stagione e in contrasto netto con l’afa e le zanzare, un po’ come i Righeira che cantano Vamos a la Playa a Capodanno in piazza Primo Maggio; ma Siberia resta Siberia, come le cose di sempre. Come queste cose di sempre. Però oggi devo proprio mettere un po’ a posto, o almeno lavare i bicchieri.

waiting room

Mercoledì, 15 Luglio 2009

Aggiornamento dell’una del pomeriggio:  пиздец. Non proprio, perché è tutto tranquillo. Però, però. Sai già.

Eratostene, chi era costui?

Domenica, 12 Luglio 2009

Eratostene, dice. Ma a me sembra di ricordare… Sì, ci va vicino. Mi ero confuso anch’io. Avevo controllato. Sapevo che non era lui, ma mi ero dimenticato il nome. Certo, non ricordavo tanto bene da dire come il dottore di Moretti in Caro Diario “Mi ci gioco una palla, due no”, ma un rublo sì. E ci tenevo anche a essere pagato.

Ma certe scommesse ti piacerebbe perderle, perché sai che la vittoria o la sconfitta è indifferente, che l’importante è partecipare, che vorresti addirittura avere torto e ricordare male, anche se sai che è improbabile.

E adesso mi sa che ricorderò molto a lungo quel nome che avevo dimenticato. Poco male, è un piccolo prezzo da pagare per una cosa spaventosamente grande.

verdammte deutscher

Martedì, 7 Luglio 2009

BSOD

I tedeschi (non tutti per fortuna) prima ancora di dire mamma come gli italiani imparano a dire Verboten, ma se sono all’estero la dimenticano in fretta per poi reimpararla all’istante quando rientrano nella Vaterland (mi raccomando, da non pronunciare correttamente). Chi ha avuto a che fare - come me - con software di origine tedesca ne sa qualcosa: appena devi fare qualcosa che va fuori da quanto le precise menti teutoniche hanno escogitato ci si trova di fronte ad un Non zi pvo’, il zoftvare non è stato penzato per qvesto. E tu lì, a tentare di piegarlo alle tue esigenze più che alla tua volontà, che poi sarebbero anche le esigenze di molti. Ma non zi pvo’, anche quando si riesce in quel che non si può, magari architettando qualcosa che si affida all’italica arte dell’arrangiarsi utilizzando le cose al di là di ciò che è teoricamente possibile, arte altrimenti conosciuta come hacking nel mondo informatico.

Quella sopra è l’immagine che mi ha accolto a Francoforte nel giorno (finora) più bello della mia vita, prima di attendere per due ore (in più) il volo fino a Venezia, per poi finire in stazione a Mestre ad attendere per quattro ore il primo treno verso Udine in compagnia di un punkabbestia orgoglioso di mangiare anche il cibo per cani e non essere ancora morto, o così dice lui; e varia umanità notturna bizzarra o disperata, o entrambe le cose, e nessun treno che passa. “Non andare di là che c’è brutta gente”, m’ha detto un nordafricano che andava nella stessa direzione che stavo prendendo io. Non ho capito se lui fosse tra la brutta gente oppure no, ho soltanto ringraziato e girato i tacchi, come si conviene a chi cazzeggia fuori zona e si becca un avvertimento. In fondo non c’era niente da guardare, se non i fatti degli altri. Sono state lo stesso quattro ore felliniane, mancava soltanto la donna cannone, o forse c’era e non l’ho vista. Quel che ho visto mi ha fatto provare delle strane emozioni, e sì, maledetti tedeschi, lo rivedrei di nuovo. Come riascolterei mille volte le parole di Jurgen Klinsmann che di fronte alla scorrettezza di chi si considera perfetto da’ una lezione ad un intero paese, dicendo che vivere in Italia gli ha insegnato a essere più tollerante. Spero di esserlo un po’ di più anch’io in fondo, ma oggi voglio togliermi un sassolino dalla scarpa.

Grazie per gli schermi blu della morte. Grazie per il cibo di merda dei voli Lufthansa, grazie per il tempaccio cane del grigio cielo di Germania che fa arrivare i voli in ritardo per l’ultimo treno, grazie per il sonno perso, grazie per la vostra difettosa perfezione, per le hostess meccaniche incapaci di capire pen, che poi ti tocca rispolverare un tedesco scolastico per dirgli kugelschreiber. E grazie per la naturale e inaspettata cortesia di certi agenti di dogana all’aeroporto, grazie per un comandante la cui voce rilassata e divertita era particolarmente piacevole pur con qvel terribile accento tetesco, e per tutte quelle persone che al di là del ruolo, della divisa che indossano, hanno dato una mano ad un ragazzotto attempato che si è sentito, come poche volte nella sua vita, nella condizione di dover dipendere dagli altri per far fronte alla propria inesperienza, e che ha trovato molta gente disposta - non soltanto professionalmente - ad aiutarlo.

Grazie anche ai maledetti tedeschi quando decidono di essere un po’ meno maledetti, al punkabbestia senza cane che ha condiviso qualche cicca e le sue esperienze di vita con me rendendo un’attesa più breve, anche se non meno particolare, e anche questa è una fortuna.

Grazie soprattutto a te, Serena. Mi hai detto di non scriverti le cose sul blog, ma non credo che esista nulla di male, in fondo, a dichiarare di essere felici. Credo che tu - della mia felicità - abbia almeno una mezza idea. Grazie per essere stata una guida di lusso per un turista disorientato e stupito, grazie di avermi mostrato una città meravigliosa come solo chi ama quella città può fare, come solo chi si muove in un posto che può chiamare casa riesce a fare, ma tu saresti a casa ovunque. E grazie di tutto quello che non voglio e non posso dire, che riguarda soltanto noi due.

capolavori

Domenica, 5 Luglio 2009

My mistress’ eyes are nothing like the sun;
Coral is far more red than her lips’ red:
If snow be white, why then her breasts are dun;
If hairs be wires, black wires grow on her head.
I have seen roses damask’d, red and white,
But no such roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hath a far more pleasing sound.
I grant I never saw a goddess go:
My mistress, when she walks, treads on the ground.
And yet, by heaven, I think my love as rare
As any she belied with false compare.

E potremmo discutere a lungo dell’onestà dello scrittore, costretto al brotarbeit o semplicemente fiero di un’intuizione, magari non profondamente sincera. Non c’è corso di narratologia che potrà mai sviscerare completamente la differenza tra intenzione e risultato, tra anima e calcolo; potrà metterci in guardia, avvertire delle differenze tra io narrante e personalità dello scrittore, e non sapremo mai quanto perfetta o fittizia è la sovrapposizione delle due anime. Potremo soltanto avere indizi confermati o smentiti, frammenti consegnati alla storia.

Quel che sappiamo, e che riguarda soltanto noi stessi, è che le parole che abbiamo amato parlano della nostra anima almeno quanto quelle che abbiamo pronunciato.

(Non basta fare capolavori, bisogna essere capolavori, magari anche capolavori mancati. - Carmelo Bene)