Archivi per la categoria ‘Lebensarten’
Domenica, 13 Settembre 2009
Non sono d’accordo con la risposta che dà Will Oldham in questo suo capolavoro, anche se lo capisco benissimo, ma ciò che per lui è simbiosi per me è solo rapporto parassitico. Fairly just inseparable, dice. Non voglio pensarlo nemmeno lontanamente, e non si tratta di negazione: è l’esatto contrario. E’ il riconoscimento di un’incomprensibile furia distruttiva che ti vive dentro, che non può e non deve essere semplicemente controllata.
La sindrome del maschio alfa/2
Sabato, 1 Agosto 2009Preso da una botta di amarcord mi metto a cercare. Era un peccato perdere questo filmato a firma Santa Maria Video, alias GiPi. Il filmato è ancora reperibile tramite la memoria storica dell’Internet globale, www.archive.org. Internet non dimentica, o almeno, non dimentica tutto.
Il capo del gruppo - Santa Maria Video - 1′04″ (formato mov)
c’era una volta
Venerdì, 31 Luglio 2009L’esclusività della sofferenza
Sabato, 25 Luglio 2009E se dovessi dire qualcosa a un amico che soffre (tu che sai che la gente è così, e invece non è così), direi che ci sono persone che stanno semplicemente cercando di vivere, e non è che non ci si caghi sotto, che non si abbia paura, che non si facciano errori o che non si sia coscienti dei rischi.
Si fanno tentativi meravigliosi e irrinunciabili; ma sono pur sempre tentativi, capolavori mancati, libri falliti in partenza anche quando sono bellissimi, esperimenti che vuoi che segnino e formino un’intera esistenza trasformandola in vita. Come possa andare a finire, non si sa. Quel che sappiamo per certo, invece, è insito nella nostra necessità di misurare per vivere. E che un giorno smetteremo di misurare.
Ciò che non è accettabile è il non vivere per paura di fallire; perché tanto si sa come va a finire; perché si è predestinati all’infelicità; perché la sofferenza e la gioia degli altri, di fronte ad una nostra cronica incapacità di sopportare la sofferenza reale o potenziale, diventa merda. E allora si alza la posta, si battono i pugni, si scommette e si perde, perché si può essere disposti a sopportare la sofferenza delle persone che ami, e può - addirittura - non essere un sacrificio, bensì qualcosa che ti riempie di gioia, ma non quando la propria sofferenza diventa un metodo per ricattare gli altri ed estorcergli una cura impossibile per le proprie paure.
Io non posso curarti, amico mio. Si salva soltanto chi, nel fondo del proprio cuore, desidera essere salvato e accetta una mano. Ma quella mano può scrivere una correzione, dare un piccolo suggerimento, nulla più. Non può passare un intero compito in classe. Perché quella è la tua vita, non la mia. Riprendila nelle tue mani. Non affidarla alla gente, perché la gente non esiste.
(Soundtrack: VNV Nation - Chrome)
La sindrome del maschio alfa/1
Sabato, 25 Luglio 2009(Colonna sonora ipotetica: Nomeasno - Victory. Se solo non fosse così intensa da schiantare ogni possibile post.)
Una settimana fa, al bar.
Un tipo sui cinquanta, con la faccia di chi la sa lunga. Un ragazzetto sui venticinque, magro, aria furbetta. Un altro tipo giovane, leggermente scottato dal sole, con una maglia tipo Lone Wolf, o cazzate del genere. Capelli biondo-rossicci, un metro e novantacinque d’altezza. Scarpe grosse, sguardo rigorosamente piantato verso un orizzonte che non esiste, che vede soltanto lui. il solo petto è già un armadio a due ante. Potrebbe sollevarmi con tre dita e un avambraccio.
“Lo vuoi vedere un campione italiano di boxe?”, dice il tipo con la faccia di chi la sa lunga, rivolgendosi al barman. Sorride come gatto Silvestro quando sogna di mangiarsi Titti. Dice un luogo, un giorno, un’ora. Il barman guarda l’armadio a due ante. “Sei campione italiano di boxe?”
L’orizzonte dell’armadio non si sposta di un millimetro nemmeno mentre guarda - teoricamente - il barman. Ma i suoi occhi gli passano attraverso come se fosse trasparente, come se l’altrove fosse l’unico luogo in cui è possibile guardare, come se il qui e l’ora non esistessero. “Lo diventerò”, dice soltanto. Il suo sguardo continua a vedere cose che sono precluse a chiunque, forse anche a lui stesso.
“Pesi massimi?”
“Supermassimi.”
Altrove, in un altro bar, ci dev’essere un altro armadio con lo stesso sguardo, la stessa convinzione, lo stesso sogno, lo stesso bisogno, la stessa solitudine.
Finiscono la colazione, pagano, si sistemano su un camioncino, partono verso il lavoro di ogni giorno, un lavoro da scarpe grosse.
Altrove, ripenso, un altro armadio, stessa necessaria convinzione, stessa solitudine. Uno dei due non resterà in piedi; oppure, se ci resterà, abbasserà gli occhi al terreno. E mentre guardo il camioncino che si allontana penso che - comunque vada - ho già visto lo sguardo della sconfitta, e non mi è piaciuto.
le cose di sempre
Giovedì, 16 Luglio 2009Quel che sono non cambia, come certe cose che amo.
Sarà terribilmente fuori stagione e in contrasto netto con l’afa e le zanzare, un po’ come i Righeira che cantano Vamos a la Playa a Capodanno in piazza Primo Maggio; ma Siberia resta Siberia, come le cose di sempre. Come queste cose di sempre. Però oggi devo proprio mettere un po’ a posto, o almeno lavare i bicchieri.
waiting room
Mercoledì, 15 Luglio 2009Aggiornamento dell’una del pomeriggio: пиздец. Non proprio, perché è tutto tranquillo. Però, però. Sai già.
verdammte deutscher
Martedì, 7 Luglio 2009
I tedeschi (non tutti per fortuna) prima ancora di dire mamma come gli italiani imparano a dire Verboten, ma se sono all’estero la dimenticano in fretta per poi reimpararla all’istante quando rientrano nella Vaterland (mi raccomando, da non pronunciare correttamente). Chi ha avuto a che fare - come me - con software di origine tedesca ne sa qualcosa: appena devi fare qualcosa che va fuori da quanto le precise menti teutoniche hanno escogitato ci si trova di fronte ad un Non zi pvo’, il zoftvare non è stato penzato per qvesto. E tu lì, a tentare di piegarlo alle tue esigenze più che alla tua volontà, che poi sarebbero anche le esigenze di molti. Ma non zi pvo’, anche quando si riesce in quel che non si può, magari architettando qualcosa che si affida all’italica arte dell’arrangiarsi utilizzando le cose al di là di ciò che è teoricamente possibile, arte altrimenti conosciuta come hacking nel mondo informatico.
Quella sopra è l’immagine che mi ha accolto a Francoforte nel giorno (finora) più bello della mia vita, prima di attendere per due ore (in più) il volo fino a Venezia, per poi finire in stazione a Mestre ad attendere per quattro ore il primo treno verso Udine in compagnia di un punkabbestia orgoglioso di mangiare anche il cibo per cani e non essere ancora morto, o così dice lui; e varia umanità notturna bizzarra o disperata, o entrambe le cose, e nessun treno che passa. “Non andare di là che c’è brutta gente”, m’ha detto un nordafricano che andava nella stessa direzione che stavo prendendo io. Non ho capito se lui fosse tra la brutta gente oppure no, ho soltanto ringraziato e girato i tacchi, come si conviene a chi cazzeggia fuori zona e si becca un avvertimento. In fondo non c’era niente da guardare, se non i fatti degli altri. Sono state lo stesso quattro ore felliniane, mancava soltanto la donna cannone, o forse c’era e non l’ho vista. Quel che ho visto mi ha fatto provare delle strane emozioni, e sì, maledetti tedeschi, lo rivedrei di nuovo. Come riascolterei mille volte le parole di Jurgen Klinsmann che di fronte alla scorrettezza di chi si considera perfetto da’ una lezione ad un intero paese, dicendo che vivere in Italia gli ha insegnato a essere più tollerante. Spero di esserlo un po’ di più anch’io in fondo, ma oggi voglio togliermi un sassolino dalla scarpa.
Grazie per gli schermi blu della morte. Grazie per il cibo di merda dei voli Lufthansa, grazie per il tempaccio cane del grigio cielo di Germania che fa arrivare i voli in ritardo per l’ultimo treno, grazie per il sonno perso, grazie per la vostra difettosa perfezione, per le hostess meccaniche incapaci di capire pen, che poi ti tocca rispolverare un tedesco scolastico per dirgli kugelschreiber. E grazie per la naturale e inaspettata cortesia di certi agenti di dogana all’aeroporto, grazie per un comandante la cui voce rilassata e divertita era particolarmente piacevole pur con qvel terribile accento tetesco, e per tutte quelle persone che al di là del ruolo, della divisa che indossano, hanno dato una mano ad un ragazzotto attempato che si è sentito, come poche volte nella sua vita, nella condizione di dover dipendere dagli altri per far fronte alla propria inesperienza, e che ha trovato molta gente disposta - non soltanto professionalmente - ad aiutarlo.
Grazie anche ai maledetti tedeschi quando decidono di essere un po’ meno maledetti, al punkabbestia senza cane che ha condiviso qualche cicca e le sue esperienze di vita con me rendendo un’attesa più breve, anche se non meno particolare, e anche questa è una fortuna.
Grazie soprattutto a te, Serena. Mi hai detto di non scriverti le cose sul blog, ma non credo che esista nulla di male, in fondo, a dichiarare di essere felici. Credo che tu - della mia felicità - abbia almeno una mezza idea. Grazie per essere stata una guida di lusso per un turista disorientato e stupito, grazie di avermi mostrato una città meravigliosa come solo chi ama quella città può fare, come solo chi si muove in un posto che può chiamare casa riesce a fare, ma tu saresti a casa ovunque. E grazie di tutto quello che non voglio e non posso dire, che riguarda soltanto noi due.
nel boschetto dell’altrui fantasia
Giovedì, 18 Giugno 2009Le emozioni a quanto pare non mancano, le preoccupazioni neppure, e neanche le telefonate che ti gelano il sangue alle undici di sera, quando stai chiacchierando amabilmente di progetti musicali presenti e futuri. Mamma bene, per fortuna. Non sbarella, non rompe e continua a rimanere la persona d’oro che è stata per tutta la sua vita.
Principi contrastanti, ti dici. Ogni volta che capita. Se rispettare la volontà altrui - anche quella di farsi del male - o impedire che qualcosa avvenga per via di una momentanea perdita di lucidità. Partecipare, scegliere per qualcun altro, levargli una fondamentale libertà di scelta. Ma succede che ogni volta il comportamento è lo stesso. Che ai principi contrastanti pensi sempre dopo. Che le scelte che hai fatto non sono mai state violente. Che le immagini che hai davanti ti siano chiare soltanto a posteriori nella loro tragicità, che non aver visto qualcosa nell’immediato ti aiuti a mantenere la calma. Per fortuna. Non potrai mai sapere come sarebbe andata se soltanto avessi saputo. Speri di non doverlo sapere in futuro. Ma che se anche capitasse farai quel che senti di poter fare, dover fare, senza che nessuno si faccia male. O almeno lo speri.
Assistere all’autodistruzione altrui è sempre un enorme dispiacere. Non puoi far finta di non vedere, anche quando vorresti. Non puoi far finta di poterci fare qualcosa, anche quando vorresti. Non puoi far finta di non poterci fare qualcosa. Mi piacerebbe solo che certe persone si accorgessero del dolore che portano in famiglia, della preoccupazione che spandono a piene mani tra gli amici, che possono anche correre, ma che quando si accorgono che sei in ottime mani non possono fare altro che cercare di calmarti e lasciarti a coloro che più ti amano, che usano parole gentili, comprensive, che hanno un quadro perfetto della situazione. Che sanno che non stai bene, che è tutto dentro di te, e che soltanto tu hai la soluzione. Se soltanto smettessi di fuggire.
If you ask me, I’ll be there for you, but it’s up to you from here…