La sindrome del maschio alfa/1
(Colonna sonora ipotetica: Nomeasno - Victory. Se solo non fosse così intensa da schiantare ogni possibile post.)
Una settimana fa, al bar.
Un tipo sui cinquanta, con la faccia di chi la sa lunga. Un ragazzetto sui venticinque, magro, aria furbetta. Un altro tipo giovane, leggermente scottato dal sole, con una maglia tipo Lone Wolf, o cazzate del genere. Capelli biondo-rossicci, un metro e novantacinque d’altezza. Scarpe grosse, sguardo rigorosamente piantato verso un orizzonte che non esiste, che vede soltanto lui. il solo petto è già un armadio a due ante. Potrebbe sollevarmi con tre dita e un avambraccio.
“Lo vuoi vedere un campione italiano di boxe?”, dice il tipo con la faccia di chi la sa lunga, rivolgendosi al barman. Sorride come gatto Silvestro quando sogna di mangiarsi Titti. Dice un luogo, un giorno, un’ora. Il barman guarda l’armadio a due ante. “Sei campione italiano di boxe?”
L’orizzonte dell’armadio non si sposta di un millimetro nemmeno mentre guarda - teoricamente - il barman. Ma i suoi occhi gli passano attraverso come se fosse trasparente, come se l’altrove fosse l’unico luogo in cui è possibile guardare, come se il qui e l’ora non esistessero. “Lo diventerò”, dice soltanto. Il suo sguardo continua a vedere cose che sono precluse a chiunque, forse anche a lui stesso.
“Pesi massimi?”
“Supermassimi.”
Altrove, in un altro bar, ci dev’essere un altro armadio con lo stesso sguardo, la stessa convinzione, lo stesso sogno, lo stesso bisogno, la stessa solitudine.
Finiscono la colazione, pagano, si sistemano su un camioncino, partono verso il lavoro di ogni giorno, un lavoro da scarpe grosse.
Altrove, ripenso, un altro armadio, stessa necessaria convinzione, stessa solitudine. Uno dei due non resterà in piedi; oppure, se ci resterà, abbasserà gli occhi al terreno. E mentre guardo il camioncino che si allontana penso che - comunque vada - ho già visto lo sguardo della sconfitta, e non mi è piaciuto.